EXTRA! ANCESTRALE
di MEDUSA. Futuro Ancestrale di Ailton Krenak, un saggio che arriva da lontano.
Benvenuti, questo è un nuovo numero EXTRA! di MEDUSA, la newsletter a cura di Matteo De Giuli e Nicolò Porcelluzzi – in collaborazione con Not.
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Abbiamo deciso di ricorrere agli EXTRA! per raccontarvi idee alle quali stiamo lavorando, per recuperare materiale d’archivio, libri che stiamo leggendo o per condividere con voi cose che pubblichiamo altrove.
Ad esempio:
TEORIE – un’intervista a James Gleick, autore tra gli altri di bestseller come Caos e L’informazione, uno degli scrittori di scienza più letti degli ultimi trent’anni.
PALEORAVE – un racconto sulle pratiche musicali del Paleolitico liberamente ispirato da Il tempo sacro delle caverne di Gwenn Rigal.
POTERE – un’appendice a questa MEDUSA su Guerra e Pace, con appunti aggiuntivi che iniziano con questo paragrafo qui: “Sono così nauseato dalla figura di Elon Musk che negli ultimi dieci anni ho scritto di lui soltanto un paio di volte: e se lo scrivo è perché trattasi di un paradosso”.
DISNEYLAND - un lungo pezzo che fa il punto sull’opera di Philip K. Dick, adesso che in Italia è stato canonizzato con due volumi del Meridiano.
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Quello che segue è un estratto da Futuro Ancestrale (Not, NERO 2025 – lo stesso editore del nostro libro), una raccolta di brevi saggi di Ailton Krenak. Krenak è poeta, scrittore, filosofo e attivista. Nel 2024 è divenuto il primo membro indigeno dell’Accademia Brasiliana delle Lettere. Nel 2016 è stato insignito del titolo di professore honoris causa dalla Universidade Federal Juiz de Fora, dove ha insegnato Cultura e storia dei popoli indigeni e Arti e mestieri dei saperi tradizionali. Ha pubblicato, tra gli altri, Idee per rimandare la fine del mondo (2019, Aboca 2020) e A vida não é útil (2020).
In questo numero leggerete di milionarie italiane e alberi sconosciuti, di teche da serpenti e metropoli soffocate, di Marilena Chaui e Lux Vidal.
La foresta, i boschi, gli ecosistemi viventi, con la loro evidente capacità di produrre vita ma anche virus, diventeranno luoghi da recintare affinché non contaminino le città. E così il muro creato per proteggere alcuni esseri umani diventerà una barriera atta a isolare la foresta. Quello che sto dicendo vi sembra assurdo? Be’, ho avuto una visione al riguardo nel 1993, quando io, Davi Yanomami e Cipassé Xavante fummo portati a Milano dopo la Conferenza sul clima del 1992. All’epoca il Brasile sembrava il posto più interessante del mondo per chi in Europa pensava all’ecologia. In quell’occasione, una signora molto facoltosa, erede di un’azienda di trasporti, assunse un consulente e gli disse: “Trovami degli indios interessanti in America Latina e negli Stati Uniti, raccogline un po’ e portameli”. Oltre a noi tre c’erano Alce Nero, un incredibile anziano Lakota-Sioux (Stati Uniti) e uno sciamano del popolo Kog della Sierra Nevada (Colombia).
Nel palazzo di questa signora c’era un giardino interno con una teca in vetro – di quelle usate per i serpenti all’Istituto Butantan – e all’interno c’era un albero. Fissai quell’albero triste, grande come una jabuticaba, e la gente di quella casa non sapeva nemmeno dirmi che pianta fosse. Allora ho chiesto: “E avete eretto un monumento a un albero sconosciuto?”. Credo che ci stiamo avviando verso un baratro assurdo come il giardino del palazzo di quei milionari italiani, trattando esseri che esistono da molto prima di noi con un disprezzo e una violenza così scandalosi che finiremo per spazzare via come niente fosse le ultime foreste del pianeta, senza nemmeno conoscerne i nomi.
Questo è un elemento essenziale di una riflessione che mi è venuta in mente: “Come può incidere l’idea che la vita è selvaggia sulla produzione del pensiero urbanistico oggi?”. Da un punto di vista epistemologico è un invito a ribellarsi, a collaborare con la produzione della vita. Quando dico che la vita è selvaggia, mi riferisco a un potere di esistere dotato di una poetica dimenticata, abbandonata dalle scuole, che formano professionisti in grado di perpetuare la logica secondo cui la civiltà è urbana e tutto ciò che si trova fuori dalle città è barbaro e primitivo – e possiamo dargli fuoco.
Come si oltrepassano le mura delle città? Quali potrebbero essere le implicazioni tra le comunità umane che vivono nella foresta e quelle rinchiuse nelle metropoli? Se riusciamo a far sì che nel mondo continuino a esistere le foreste, ci saranno sempre comunità al loro interno. Sono rimasto colpito da un dato pubblicato in un rapporto del WWF: 1,4 miliardi di persone al mondo dipendono dalla foresta, nel senso che dipendono da essa economicamente. Non stiamo parlando di gente impiegata nell’industria del legno, no, ma di un’economia che presuppone che gli esseri umani che abitano la foresta hanno bisogno della foresta per vivere.
L’antropologa Lux Vidal ha scritto un’opera molto importante sulle abitazioni degli indigeni, in cui mette in relazione materiali e concetti che articolano l’idea di un habitat in equilibrio con l’ambiente circostante, con la terra, il sole, la luna e le stelle; un habitat integrato con il cosmo, a differenza di quanto avviene ormai nelle città di tutto il mondo. Allora mi chiedo: come far esistere la foresta dentro di noi, nelle nostre case, nei nostri giardini? Possiamo favorire l’emergere di un’esperienza di «forestanza» iniziando a sfidare l’ordine sanitario urbano vigente, per esempio dichiarando: lascerò il mio cortile pieno di erba e arbusti, voglio studiarne la grammatica. Come riconosco in mezzo a una boscaglia un ipê, una peroba rosa, una jacarandá? E se avessi un albero di buriti in giardino?
Dobbiamo smetterla con questa smania di mettere asfalto e cemento dappertutto. I nostri corsi d’acqua non respirano più perché una mentalità da catacomba, aggravata dalla politica del traguardo sanitario, vuole che si debba apporre una lastra di cemento sopra ogni piccolo ruscello, come se ci si dovesse vergognare che l’acqua vi scorra. La sinuosità del corpo dei fiumi è qualcosa di insopportabile per la mente retta, concreta e verticale dell’urbanista. Oggi il più delle volte la pianificazione urbana avviene contro il paesaggio. Come possiamo riconvertire il tessuto urbano industriale in un tessuto urbano naturale, portando la natura al centro e trasformando le città dall’interno?
[…]
Marilena Chaui, quando era segretaria municipale della Cultura di San Paolo, organizzò un dibattito su pubblico e privato nello spazio urbano, e in quell’occasione emerse con chiarezza che la città moderna non tollerava il comune, anzi gli era ostile. Si parlò molto di ciò che avrebbe dovuto essere lo spazio pubblico, lo spazio in cui le persone in teoria possono muoversi ma dove sempre più spesso trovano un bancomat in mezzo alla strada. La discussione verteva sulla legittimità o meno di occupare lo spazio pubblico quando gli organi comunali hanno licenza di imporre tasse e tariffe per regolarne l’uso. Che «comune» è questo, continuamente invaso da qualcuno che può appropriarsene?
Estratto da Futuro Ancestrale di Ailton Krenan. Traduzione di Dea Merlini.
Immagine dell’anteprima: Mavi Morais (@moraismavi)




