EXTRA! DISNEYLAND
di Matteo De Giuli. Tutti i modi in cui Philip K. Dick ci fa sentire fuori posto.
Benvenuti, questo è un nuovo numero EXTRA! di MEDUSA, la newsletter a cura di Matteo De Giuli e Nicolò Porcelluzzi – in collaborazione con Not.
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In questo numero: una lunga immersione nell’universo narrativo di Philip K. Dick. Una versione di questo pezzo è uscito su Finzioni di maggio.
Leggerete di Pasolini e anfetamine, di intelligenza e di crudeltà, di streghe e megere, di poliziotti e apocalissi.
È un'esperienza inquietante provare a scrivere questo pezzo su Philip K. Dick – in occasione dell'uscita delle Opere scelte nei Meridiani Mondadori – subito dopo aver chiesto a una intelligenza artificiale di farlo al posto mio, e dopo aver letto così sedicimila battute ordinate e coerenti, scritte con una lingua lineare, solo a tratti un po' scialba o troppo enfatica, in cui però la AI è riuscita a condensare adeguatamente, come richiesto, un articolo sul definitivo riconoscimento letterario di uno scrittore eretico come Dick. O, per metterla con le parole che ha scelto lei, “la canonizzazione finale, anche in Italia, di un autore di fantascienza prolifico, visionario e irripetibile, che negli anni Sessanta e Settanta ha messo in crisi ogni idea consolidata di canone”.
L’articolo che la AI ha compilato è un collage non indecoroso dei principali discorsi che negli ultimi sessant’anni gli esseri umani hanno costruito attorno all'opera del grande scrittore californiano. Sarebbe inutile farvelo leggere, potete facilmente ottenerne uno simile per conto vostro. Quello che ha restituito a me è condito di una manciata di piccoli errori, la AI sbaglia per esempio il numero di romanzi presenti nel Meridiano (nove invece di undici), così come sembrano completamente inventati alcuni titoli, date e cenni biografici (Dick, che odiava viaggiare e partecipò a pochissimi convegni, sarebbe stato invece un “instancabile conferenziere”).
Ci sono poi dei passaggi pressoché impenetrabili, che sembrano usciti dalla tesina di un ragazzo del liceo con un’ormonale attrazione per le circonvoluzioni (dipendono forse dal prompt troppo minuzioso che ho inserito?). Per esempio: “La poetica dell’autore si configura come un'ontologia esistenziale dove l'identità si smargina nell'ologramma paranoide del post-reale”. Sfotto l’AI avendo poco da ridere, segnalo i suoi cortocircuiti sapendo che al prossimo aggiornamento li risolverà. E non riesco certo a dimenticare il fatto che lei ci ha messo 15 secondi a chiudere tutto, e che invece a me toccherà stare al computer, bene che vada, per un giorno intero. Mi consolo dicendomi che la lettura di un saggio su Dick redatto da un elaboratissimo software è un’attività perturbante e pienamente dickiana, e cerco di convincermi che la cosa in qualche modo mi arricchirà.
Le AI generative funzionano, come sappiamo, come “macchine statistiche per il riconoscimento di strutture”. Divorano (più o meno indebitamente) una mole impressionante di dati e da lì riescono a estrapolare la risposta più plausibile a ciò che è stato chiesto loro di scrivere. Il problema, in questi casi, è che è molto raro che gli autori di cui vengono rielaborati i testi siano poi esplicitamente citati. Ma un occhio allenato può riconoscere anche così, in questi articoli artificiali, la traccia fantasma degli scrittori umani. Nel mio caso, la fonte dell’AI sono state evidentemente le riflessioni di chi, in Italia, ha portato alla luce la complessità del pensiero e dell’opera di Dick già da qualche decennio, sfidando lo scetticismo dell’accademia e dell’editoria mainstream. Tra gli altri: Carlo Pagetti (che negli anni Duemila curò – con Luca Briasco e Mattia Carratello – la ripubblicazione di Dick per Fanucci), Umberto Rossi (che ha scritto The Twisted Worlds of Philip K. Dick), Antonio Caronia e Domenico Gallo (con il loro dizionario La macchina della paranoia, per Agenzia X). Autori che la AI ha diligentemente plagiato, nel suo pezzo. D’altra parte, mi dico, li saccheggerò anche io.
Un tratto tipico di PKD era proprio quello mettere in scena realtà multiple, soggettive e instabili, in cui i confini tra vero e falso, tra interiore ed esteriore, si confondono e si disgregano generando profondissima incertezza. Quando raccontava di androidi, o di qualche altro tipo di intelligenza artificiale, erano vicende che, invece di concentrarsi sulla tecnica, finivano per sollevare dubbi sull’autenticità dei sentimenti, della memoria, della coscienza e del pensiero. L'identità può essere costruita o manipolata tecnologicamente? si chiedeva. E cosa ci rende davvero esseri umani? Con questo incipit non voglio quindi suggerire che Dick abbia presagito l’arrivo di ChatGPT, perché sarebbe fagli un torto. Dick non è mai stato il tipo scrittore di fantascienza che ambiva a essere anche un futurologo, o un indovino. I pronostici sulle magnifiche sorti e progressive, o le profezie di più cupe distopie, non erano il suo campo da gioco. Le questioni scientifiche le usava come suggestione (per la loro forza evocativa), ma robot, ologrammi e armi smaterializzanti, erano per Dick più che altro dispositivi di pensiero magico; non si prendeva il disturbo di giustificarne il funzionamento. Allo stesso modo, la sua attenzione non era rivolta tanto al futuro ma all’esistente, alla macchia umana, al modo in cui funzionano le nostre menti, alle illusioni, alle manipolazioni, agli slittamenti dei piani di realtà. Se Dick ha predetto qualcosa, non è l’AI di per sé ma l’attrazione e il disagio che inevitabilmente proviamo per il mondo virtuale in cui oggi siamo immersi, e il modo particolare e nuovo in cui tutto questo riesce a farci sentire fuori posto.
Cadere a pezzi
Philip K. Dick apparteneva a quella generazione di scrittori che, nati nel margine della fantascienza, riuscirono a rompere i confini imposti dal mercato e conquistarono il centro della letteratura considerata maggiore. Come Kurt Vonnegut, Ursula K. Le Guin o, in un’altra chiave, J.G. Ballard, Dick affermò la dignità della speculative fiction mescolando registri e riferimenti eterogenei: l’immaginario popolare e il pensiero gnostico, la cultura di massa e il misticismo, le pubblicità televisive e i classici della letteratura. In Dick si trova traccia di Kafka, amato per




