EXTRA! INGANNEVOLE
di Matteo De Giuli. Vita e opere di J.T. Leroy, lo scrittore che non è mai esistito.
Benvenuti, questo è un nuovo numero EXTRA! di MEDUSA, la newsletter a cura di Matteo De Giuli e Nicolò Porcelluzzi – in collaborazione con Not.
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Abbiamo deciso di ricorrere agli EXTRA per raccontarvi idee alle quali stiamo lavorando, per recuperare materiale d’archivio, libri che stiamo leggendo o per condividere con voi cose che pubblichiamo altrove. Sugli EXTRA potete trovare ad esempio:
LINEA, una double feature in cui raccontiamo The Line, il progetto folle e irrealizzabile di città-linea nel deserto dell’Arabia Saudita. C’è poi DANNI, un racconto scritto a quattro mani per l’antologia Che traccia hai scelto (UTET). Oppure, rimanendo in zona narrativa, ZAFFERANO, di Matteo, una sorta di “studio di personaggio”, laboratorio di scrittura. Oppure ancora MEDITERRANEO, una conversazione di Nicolò con Luca Misculin intorno al suo saggio Mare Aperto.
Una versione del testo di oggi, invece, è stata pubblicata nella newsletter di Lucy. sulla cultura di gennaio 2024.
In questo numero leggerete di adolescenza e di marketing, di abusi e velleità, di Tom Waits e Zadie Smith, di Massenzio e Colosseo.
Qualche tempo fa mi è tornata la curiosità di leggere i libri di J.T. LeRoy, per capire che effetto mi avrebbero fatto a distanza di anni. Non posso dire di essere stato un suo vero ammiratore, all’epoca anzi mi intimoriva la devozione che alcuni miei amici nutrivano per lui, un culto adolescenziale che, prima della pubblicazione di Sarah (1999), avevo visto dedicato solo a band o registi di nicchia. Ma in effetti J.T. LeRoy è stato, in quegli anni, un’icona: dai suoi libri emanava la stessa urgenza punk dei dischi dei Nirvana, la scabrosità stravagante dei film di John Waters, e una dissolutezza e un candore che in letteratura sembrava non potessero più tornare dopo la morte di Kerouac.
Non era solo il mio giro di amici ad avere questa fissa: tra la fine dei Novanta e i primi Duemila, soprattutto dopo l’esplosione del secondo romanzo, Ingannevole è il cuore più di ogni cosa (2000), J.T. LeRoy era considerato il più dirompente talento contemporaneo e i suoi libri vendevano milioni di copie. Lui, timido, efebico, elusivo, tollerava a fatica il peso di un successo inaspettato diventato subito travolgente, e questo non faceva che alimentarne il mito. Eternamente nascosto sotto enormi occhiali da sole, una parrucca bionda e un cappello a tesa larga, era corteggiato da attori e cantanti, coccolato da poeti e scrittori affermati, elogiato dai critici.
Zadie Smith lo adorava: “Lo giuro, è una delle cose migliori che abbia mai letto. J.T. scrive di pancia e di testa e di cuore”. Nan Goldin lo aveva salutato come “una delle voci più oneste e originali della narrativa americana”. Per Lou Reed era “uno degli scrittori più interessanti, appassionati e talentuosi” in circolazione, perché in pochissimi avevano “il suo cuore e il suo coraggio”. Art Spiegelman riconosceva ai suoi libri la capacità unica di “afferrare la follia e trasformarla in una scrittura reale e potente”. E la lista potrebbe andare avanti: Dave Eggers, A.M. Holmes, Tom Waits, Suzanne Vega…
LeRoy raccontava storie atroci della sua infanzia lacerata dagli abbandoni, dalle dipendenze, dalle violenze sessuali e psicologiche. Cresciuto per strada assieme alla madre, una prostituta adolescente, aveva trovato nella scrittura un modo per riemergere da quell’inferno. Anche per questo era così amato: era la testimonianza del fatto che la letteratura può essere apotropaica, che le parole guariscono, che la bellezza salverà il mondo. Non esistono pensieri più consolatori di questi.
Quando ho letto per la prima volta Sarah e Ingannevole non ero ancora maggiorenne. Fino a quel momento avevo vissuto nell’amore, ero stato viziato dai miei e, peggio ancora, ero stato fortunato; non avevo nulla di cui lamentarmi, insomma, e il più grande trauma d’infanzia era stata una distorsione – al ginocchio destro, durante una settimana bianca, una cosa lieve, per di più: non avevo neanche dovuto mettermi il gesso. Eppure, lo stesso, leggevo LeRoy e mi sentivo capito, leggevo di quando lui a dieci anni veniva costretto a calarsi anfetamine e a prostituirsi vestito da donna in qualche stanza lurida della lurida provincia americana e sentivo che stava parlando anche di me che lo leggevo sdraiato sul letto della mia cameretta di un quartiere residenziale di Roma. Sentivo che LeRoy aveva trovato le parole per dire tutta la rabbia, tutto il disordine e la furia che provavo anche io a quell’età. Certo rimanevo più tiepido rispetto ai miei amici, ma forse era solo una forma di snobberia che mi imponevo per non scoprirmi troppo.
Dopo i primi due romanzi, J.T. aveva iniziato a scrivere di meno e apparire di più, anche se in pubblico rimaneva silenzioso e sfuggente. Venne in tour in Italia. Si esibì al festival estivo della Basilica di Massenzio. Fu un evento. Mi ricordo bene quella sera, l’eccitazione nell’aria romana di inizio giugno. Lui era un alieno senza sesso tra i ruderi e i pini, e a noi pareva di rivedere quella famosa foto di Kurt Cobain in visita al Colosseo. In quel periodo LeRoy aveva iniziato a frequentare un po’ di gente dello spettacolo. Se si cerca il suo nome oggi, la prima pagina di Google Immagini sembra la parete di una pizzeria con le foto dei clienti più famosi abbracciati al proprietario: J.T. con Courtney Love, con Winona Ryder, con Bono Vox, con Rosario Dawson, con Shirley Manson. E con Asia Argento, che dal suo secondo libro avrebbe tratto, nel 2004, l’omonimo film, di una bruttezza terrificante. Nel 2005 era uscito un racconto lungo, La fine di Harold, di cui LeRoy aveva letto un estratto in anteprima proprio a Massenzio.
Poi, nel giro di qualche settimana, J.T. LeRoy è diventato una cosa del passato, un fastidio di cui era meglio non occuparsi più. I dettagli di questa spettacolare caduta



