PADREMATRIA
di Nicolò Porcelluzzi. Mark Rothko e Zizheng Pan: tra fughe e suicidi, due storie di integrazione sociale e successo professionale!
Benvenuti, questo è il numero duecentonove di MEDUSA, una newsletter a cura di Matteo De Giuli e Nicolò Porcelluzzi – in collaborazione con Not.
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In questo numero leggerete di artisti immortali e ingegneri informatici, di Alessandro Aresu e Annie Cohen-Solal, di NOFX e System of a Down.
Un canneto di grattacieli, una girandola di piatti fumanti… Sempre più gente va in Cina. È un’impressione. I dati vedono ancora una preferenza per gli Stati Uniti, ampia, ma sta cambiando qualcosa. Le storie di successo attirano, la Cina attira. L’artista vede i soldi e le gallerie, la ricercatrice vede i soldi e i dottorati, l’industriale vede i soldi e i “grandi lavoratori”. Si intuisce una costante.
Qualche giorno fa Trump si è presentato a Pechino con 17 amministratori delegati delle multinazionali più influenti al mondo, incluse Apple, Goldman Sachs, Blackrock, Mastercard e Visa, Meta, SpaceX, eccetera. Trump ha passeggiato per il Tempio del Cielo, ha salutato i bambini con le bandierine, è ripartito per gli Stati Uniti con i suoi 17 dirigenti. A quanto pare, non è cambiato un granché. Forse la Cina comprerà degli aerei.
Da anni leggo libri e ascolto podcast sulla Cina, cerco di farmi la mia idea, in attesa un giorno di aggiungermi alle code di Malpensa, da cosplayer di Gianni Rodari ma senza partito alle spalle. E questo inverno la lettura di un saggio di Alessandro Aresu, La Cina ha vinto, mi ha offerto delle intuizioni non tanto sul piano tecno-industriale, o degli scenari futuribili, ma intorno alla natura dell’italiano nato nel Novecento.
Aresu è uno dei migliori analisti di tecnologia e geopolitica in Italia. Mi impressiona la sua macchina logica, mi incuriosisce la sua scrittura. Per fare il suo lavoro la scrittura deve diventare fibra ottica, limitarsi all’informazione, e sparire.
In La Cina ha vinto l’autore ha tentato invece di inserire degli elementi di finzione narrativa, vagamente introspettivi, attraverso la voce e il racconto di un personaggio realmente esistente, Wang Huning, forse il principale ideologo del Partito Comunista Cinese, l’eminenza grigia, una specie di Talleyrand del PCC degli ultimi trent’anni. I Presidenti muoiono, Wang Huning resta: si fa le sue nuotate, intanto rivanga il semestre vissuto negli Stati Uniti di Reagan, quando era già professore alla Fudan di Shanghai.
Ma qui non vorrei recensire il saggio, vorrei tornare alle intenzioni di chi l’ha scritto, che riflettono un sentimento sempre più diffuso, e che nei prossimi anni prenderà i corpi e le menti di chi ancora non ci pensa tutto il giorno, alla Cina, di chi non è ancora raggiunto dal secolo cinese.
La sinofilia crescerà in diretta proporzione all’antiamericanismo. La forza retorica, la tenacia e l’irruenza, l’ostinazione della ricerca e della scrittura di Aresu nascono, secondo la mia lettura, dalla sindrome dell’abbandono. Nato nel 1983, per Aresu come per tutti i coetanei italiani, l’immaginario estetico, etico, psico-affettivo è stato colonizzato per decenni dalle costruzioni culturali architettate dagli Stati Uniti.
Un giorno verranno a dirti di essere stati tutti antiamericani, ma figliolo: non è così. Ricordo le mie maglie dei Nofx e System of a Down, ma ricordo anche la magistrale di American Studies. Certo ricordo la grande ironia, il grandissimo distacco, ma la nostra infanzia è stata anche americana. Questo ultimo decennio, di crisi annunciata ma anche effettiva, di dazi e rapporti interrotti, la piena consapevolezza di essere nati e cresciuti in un Paese ancillare, che si addormenta la notte raccontandosi delle fiabe, ecco… questo ultimo decennio sta mettendo le trentenni e i trentenni italiani di fronte a una resa dei conti: in che mondo siamo cresciuti? Per chi è nato prima, e si trova nella mezza età e oltre, il trauma generazionale è ancora più profondo.
In un libro di 100 pagine come La Cina ha vinto il desiderio di questo strappo, quasi di oltraggio al passato, torna e ritorna. L’aspetto forse più problematico del libro è la distanza tra il punto di vista di Wang Huning e Alessandro Aresu: una distanza zero, inesistente. Le due prospettive combaciano pericolosamente, in una mirabile forma di orientalismo rovesciato. Wang Huning, che chiamerei l’Andreotti cinese, “sa che ogni scena è un segreto (…) ha creato un ordine nel caos dei minimi dettagli”, perché “nessuno riesce ad avere lo sguardo di Wang Huning”: insomma, “solo uno è destinato a rimanere in piedi, fino a diventare, nelle formule roboanti della mente occidentale, il grande intellettuale politico del XXI secolo: Wang Huning”.
I consiglieri americani invece sono
comparse gettate in un mondo troppo complesso e spietato per i loro titoli di studio prestigiosi.
Leggendo i discorsi di Pompeo e Sullivan [Repubblicani e Democratici], Wang Huning ci mette una frazione di secondo a capire che quei due dicono la stessa cosa.
Da un lato c’è l’influencer Laura Loomer, nata nel 1993, […] che fa licenziare il capo della National Security Agency durante l’amministrazione Trump; dall’altro lato c’è Wang Huning che celebra il 2575° compleanno di Confucio.
Eccetera.
Non vorrei essere frainteso: penso anch’io che il governo Trump sia il peggiore dalla battaglia di Salamina, e sono affascinato da questo trasporto per Wang Huning e per la burocrazia che lo circonda. A proposito: la lunga sezione che l’autore dedica alla “burocrazia celeste”, ovvero il sistema amministrativo cinese, accede direttamente al codice mistico, ultraterreno:
Il cielo conferiva il suo mandato agli uomini di governo, che erano uomini proprio in quanto uomini di governo e in quanto letterati. Il dominio terreno era giustificato dal potere del sovrano di mantenere l'armonia tra sfera umana e ordine celeste.
Spazzata dall’immaginazione la burocrazia soffocante, resta solo la burocrazia sublime.
Tra Stati Uniti e Cina e Mediterraneo, qual è oggi la cultura italiana? Ce ne sarà una riconoscibile, a fine secolo? Certo che sì: ma come sarà fatta? I cervelli in fuga avranno un ruolo nello sviluppo delle culture che li hanno accolti, o verranno masticati e sputati?
Le vite degli ingegneri informatici, ossessione amorosa di chi oggi tiene il pallino, possono somigliare a quelle degli artisti: ci arriviamo per gradi.
C’è una storia che ci offre un parallelo spericolato, ma credo curioso. Nella biografia di Annie Cohen-Solal dedicata a Markus Yakovlevich Rothkowitz (Rothko), uscita di recente in traduzione (titolo: Mark Rothko), l’autrice chiarisce da subito un dato che tornerà di continuo nella trama. E sarebbe: il pittore Mark Rothko è stato per tutta la vita un bambino ebreo russo nel corpo di un americano austero, tabagista, ossessivo e forse un poco paranoico. Ma soprattutto: ebreo.
La parte più interessante della ricerca di Cohen-Solal non è quella dove ci si sarebbe aspettati l’incidente, dove dai milioni di dollari si arriva al suicidio, ma nella ricostruzione dell’influenza culturale della comunità ebraica negli Stati Uniti tra Ottocento e Novecento.
Immigrato con la famiglia quando aveva dieci anni, costretto a studiare il Talmud nella prima infanzia, Rothko – occhialini tondi, studente modello – si iscrive a Yale nel 1921. Quell’anno a Yale si iscrivono più di ottocento matricole, il numero più alto mai registrato. Presto si diffonde una cattiva notizia.
Nel gennaio del 1922 Russell H. Chittenden, direttore della Sheffield Scientific School, scrive al rettore Angell per lamentarsi del numero crescente di «ebrei iscritti ai percorsi scientifici»; nel mese di aprile, Alfred K. Merritt, il registrar del College, responsabile delle iscrizioni, segnala che i rappresentanti del «popolo eletto» sono aumentati in modo eccessivo: erano il 2% del corpo studentesco nella promozione del 1901, il 7,5% in quella del 1921 e... il 13% in quella del 1925 [quella di Rothko perché si considera l’anno della laurea, nda] - mai visto un numero simile di ebrei nell’intera storia dell’ateneo.
Il preside della facoltà allo Yale College, scrive allora al rettore, preoccupato per l’impatto degli studenti ebrei sulla maggioranza WASP, cioè bianca anglosassone e protestante.
Certo, molti di questi ebrei sono buoni studenti, ma penso che l’effetto globale della loro presenza sul clima della scuola sia deleterio. Alcuni nostri studenti dichiarano di non essere disposti a competere con degli ebrei per ottenere i voti piú belli; perché non vogliono sentirsi minoritari nel gruppo d’eccellenza che, solitamente, è composto da studenti ebrei.
Sono forse gli stessi discorsi di chi oggi si occupa di musica classica, tuffi sincronizzati, intelligenza artificiale eccetera, e deve fare i conti con l’eccellenza cinese? Ci sono forme di razzismo che nascono da qui, dall’insofferenza per l’alta disciplina, sia talmudica o confuciana; insofferenza che prende fuoco tra chi teme di perdere una posizione di privilegio. Sono pregiudizi va bene, roba da bar, ma non per questo inerti.
Se all’inizio del Novecento gli studenti ebrei dell’Ivy League avevano giovato dei duri anni di studio nelle scuole talmudiche, dove i bambini (maschi) venivano messi sui libri senza troppi riguardi pedagogici, fatte le debite proporzioni gli studenti e le studentesse cinesi oggi crescono in un ambiente ipercompetitivo e asfittico, che tra sacrifici e traumi esistenziali li porta a performance fuori dalla media.
Dopo il primo anno, Rothko si vede rifiutare la borsa di studio. Inizia a perdere il ritmo, lavora come lavapiatti per pagarsi una stanza, è sempre più alienato dal mondo Yale. Dopo due anni molla. Rothko rimbalza sul sistema accademico americano, ne viene respinto. Ma a New York, quasi per caso, inizia a dipingere. Attraverso Milton Avery conosce Gottlieb, Newman e gli altri che diventeranno il nucleo dell’espressionismo astratto.
Come scrive Annie Cohen-Solal, “Rothko è anche l’esito del mutuo soccorso ebraico”. Dopo Yale, ci sarà una scuola d’arte newyorkese, una delle varie istituzioni comunitarie ebraiche. Nel giro di qualche decennio il circuito dell’arte statunitense (e quindi mondiale) inizia a girare intorno a dei nuovi nomi.
Tra gli artisti di origine ebraica, oltre a una ventina di nomi citati da Cohen-Solal, c’è il gruppo dei Ten, incluso ovviamente Rothko. Tra i collezionisti e i galleristi ci sono Gertrude e Leo Stein, Alfred Stieglitz, Solomon R. e Peggy Guggenheim, la famiglia Warburg, Jacob H. Schiff, Paul Sachs, Sam Kootz, Sidney Janis, Leo Castelli, eccetera. Tra gli storici dell’arte e i critici Meyer Schapiro, Clement Greenberg, Harold Rosenberg, Leo Steinberg, Thomas B. Hess, Robert Rosenblum, Irving Howe.
Quest’ultimo è anche l’autore di World of Our Fathers, un saggio incredibile sulla diaspora degli ebrei dell’Europa orientale verso gli Stati Uniti, due milioni di persone fuggite dalle persecuzioni nell’Impero Russo tra il 1880 e il 1920 circa, incluso Rothko: molti anni più tardi l’artista racconterà della volta in cui da bambino “i cosacchi, venuti in città per reprimere una dimostrazione, gli avevano dato una scudisciata in faccia”.
La lista che ho appena cercato di estrapolare dalla sua biografia me ne ha ricordata un’altra, stilata da Alessandro Aresu nel suo saggio lirico-sinofilo. Perché al netto dei problemi evidenziati in precedenza, ci sono un paio di pagine, arrivati alla metà di La Cina ha vinto, che ne giustificano la lettura. Notevolissime, per composizione e esecuzione.
Per spiegare l’impatto, i numeri surreali dei ricercatori e dei dirigenti cinesi nel mondo tecnologico americano, e l’evidente influenza che ne consegue, Aresu si affida infatti a uno strumento retorico antichissimo, omerico: l’elencazione.
Ecco che compaiono una novantina di nomi e cognomi distribuiti tra corporation e università, più o meno le stesse che hanno accompagnato Trump a Pechino: NVIDIA, xAI, OpenAI, Meta, Google, DeepMind, UC San Diego, Carnegie Mellon, Stanford, MIT, Berkeley, Georgia Tech, Johns Hopkins, UCLA, USC...
Queste pagine le ho fotografate perché non serve leggerle, ma lasciar correre l’occhio come fosse un pezzo di espressionismo astratto.
Basterà questo passaggio:
Per gli occidentali, questi elenchi di nomi somigliano a quelli dei personaggi di un romanzo russo. Bisogna scriverli per non dimenticarli. In fondo, nessuno crede che possano essere davvero così tanti, che interi dipartimenti, intere sottodiscipline che costituiscono il sistema nervoso della ricerca degli Stati Uniti funzionino così.
Invece la realtà è questa. Per difetto.
Il sistema nervoso degli Stati Uniti non è più bianco e protestante. Da molto tempo. Alcuni presidenti provano dei colpi di coda, sparano i titoli. Sanno che quasi il 40% dei talenti di punta nel mondo AI che lavorano negli Stati Uniti proviene da università cinesi; più di quelli che vengono dalle università americane, fermi al 37%. Vi ricordate quelle lettere spaventate a Yale?
È già evidente, ma serve sottolinearlo: si tratta di due flussi migratori completamente diversi, in contesti storici completamente diversi. Israele all’epoca dei giovane Rothko non esisteva, e l’Europa non era più casa, anzi. Le menti cinesi, invece, hanno un impero che le rivuole indietro, ed è pronto a pagarle a peso d’oro. Zizheng Pan per esempio, uno stagista brillante che viene adocchiato da NVIDIA per uno stage nel 2023, rifiuta un’offerta di lavoro a tempo pieno, pacchetti di azioni e uno stipendio allucinante, per tornare in Cina e lavorare a un progetto (Deepseek) che un anno e mezzo dopo farà perdere il 17% del valore azionario di NVIDIA stessa, inoltre “bruciando” oltre 1.000.000.000.000 di dollari (mille miliardi) di capitalizzazione nel mercato tecnologico statunitense in una sola seduta.
Il sogno americano, per qualcuno, è finito da un pezzo. Nessun motivo razionale poteva trattenere Zizheng Pan, e i suoi futuri omologhi, in un Paese che lo vede con sospetto, come una minaccia esistenziale. Sono passati cent’anni, gli Stati Uniti continuano ad assorbire il talento oltre confine: ma se agli albori del Novecento l’impero si trovava all’inizio della parabola, oggi attraversa una fase critica.
Una delle origini di questa crisi sta proprio in questa contraddizione, come posso chiamarla, la teoria della serpe in seno? Adatterò il linguaggio a quello di Donald Trump: non saranno le coltellate degli spacciatori messicani a fare male al Paese, ma i cervelloni che se ne approfittano delle mense, dei dormitori e del wifi gratuito. A loro i milioni che vanno ai dirigenti: a loro gli incarichi più richiesti al mondo, a loro i tappeti rossi della madrepatria, il nuovo impero collegato da nuove rotte low cost. Intanto gli artisti dipingono quadri, scrivono poesie, alcuni depressi e altri meno.
Attualmente in orbita attorno alla Terra ci sono 33.269 oggetti tracciabili.
Di questi, 17.682 sono satelliti. Il resto sono rifiuti: corpi di razzi esauriti, satelliti dismessi e altri detriti non meglio identificati.
Questo significa che il 47% circa degli oggetti che orbitano attorno alla Terra è spazzatura spaziale.
Secondo un rapporto statunitense, la Cina sarebbe responsabile del 34% dei detriti in orbita, gli USA del 31%.
Al momento dell’invio di questa newsletter, nell’aria danzano 431,34 ppm (parti per milione) di CO2.







