RODARI
di Nicolò Porcelluzzi. In questo numero leggerete di fiabe e manganelli, di Cina e Stati Uniti, di esopianeti e di draghi.
Benvenuti, questo è il numero centotrentanove di MEDUSA, una newsletter a cura di Matteo De Giuli e Nicolò Porcelluzzi – in collaborazione con Not.
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In questo numero leggerete di fiabe e manganelli, di Cina e Stati Uniti, di esopianeti e di draghi.
Un giorno Gianni Rodari si trova a passeggiare lungo la Grande Muraglia cinese. “La millenaria strada prensile scala e scende le montagne secondo pendenze ripidissime, che in certi punti diventano gradini mozzafiato. Da una torre di guardia bisogna prima precipitare, poi arrampicarsi. […] La muraglia si allontana, serpeggiando a perdita d’occhio in un paesaggio azzurro, interrotta da crolli, sconnessure, smottamenti. Si allontana anche il sogno infantile di percorrerla tutta, da un capo all’altro dei suoi diecimila lì, che è un modo cinese di indicare una distanza infinita”.
Rodari si trova nella Cina dell’ultima fase maoista, la più cupa e surreale: ma le ripercussioni del Grande Balzo in Avanti e della Rivoluzione Culturale conclusasi solo qualche anno prima, i milioni di morti, i linciaggi e i massacri, il sadismo cannibalista, non sono ancora noti in Occidente: quantomeno, non emergono dall’esperienza di Rodari, pilotata forse dai funzionari del Partito.
È un Paese che cerca di fare i conti con il suo patrimonio, nel pensiero politico (torna ossessivo nei cartelli il mantra di Stato: “l’uno si divide in due”, cioè accogliere l’ambiguità del passato imperiale, l’opulenza schiavista), e nei conti veri, quelli che si fanno con i numeri: di fronte alla tomba di Wanli, imperatore della dinastia Ming, in una teoria di sale solenni e marmi di ogni vena, un altro cartello: “questa tomba è costata settantacinque milioni di giornate lavorative”. Con la stessa cifra “cento milioni di contadini avrebbero potuto mangiare per sei anni e mezzo”.
Uno degli obiettivi della Rivoluzione Culturale (“dove non ci sono state persecuzioni né violenze di tipo poliziesco”), scrive Rodari, era “trasformare la mentalità della gente”. E come si fa, nel Novecento? Il libretto Rosso certo, che poi finirà anche in tante mani italiane, poi slogan, slogan, slogan: “la donna sostiene la metà del cielo”, “bisogna scoprire, inventare, creare, progredire”, “bisogna lottare contro il cielo, la terra e i nemici di classe, essere preparati alle calamità naturali e a una guerra”. Raccontando la lotta contro le inondazioni e la tenacia necessaria a combattere i fiumi, a Rodari viene detto che “il soggettivo crea l’oggettivo”.
Turista in Cina è una raccolta di reportage scritti nell’autunno del 1971, e redatti per Paese Sera in un italiano pulito, da camicia comunista. Come corrispondente, Rodari combina lo spirito d’osservazione (rispetto ai “temi del vivere”, l’istruzione e la sanità, l’economia rurale e la conservazione dei beni culturali) all’empatia che ci trascina, per vie naturali, verso il contadino Hsu che gli ricorda un certo vecchio varesotto, l’infermiera analfabeta, i bambini che giocano tra le pietre secolari:
Sui mitici animali di pietra delle tombe Ming montano allegramente in groppa. Nel recinto del Tempio del Cielo giocano al telefono col muro circolare che raccoglie e sussurra a distanza le voci, con un effetto simile a quello che diverte i turisti nella parete interna del Cupolone di Michelangelo.
Ebbene, dove sono oggi quei bambini che giocavano in groppa ai draghi e alle chimere? Come sono cresciuti, e come si è trasformata la loro mentalità? Problemi enormi, qui si tratteggerà qualche spunto a partire da una lettura di questi giorni. Facendo due conti, oggi quei bambini hanno una sessantina d’anni. Si parla anche di loro nel nuovo libro della collana Not, Contagio Sociale, del collettivo 闯 Chuang. Il sottotitolo recita Guerra di classe microbiologica in Cina, una guerra a macchia di leopardo, vissuta sulle spalle di una percentuale della popolazione, e sopita dalle secchiate del fatalismo, dai venti del tempo che passa.
Prendiamo anche la nostra padrona di casa. È una coltivatrice, ha una di quelle macchinette per spruzzare i pesticidi sulle piante. A febbraio le autorità distribuivano candeggina in polvere [漂白粉, piǎobàifěn] per disinfettare, quindi lei l’ha messa nella pompa e andava in giro spruzzandola dappertutto. Nel giro di poco la pelle le si è coperta di bolle e si è arrossata, ha passato le settimane successive rintanata in casa, con il terrore di uscire. Aveva paura di entrare a contatto con altre persone, persino con cani e gatti.
Si leggono pagine e pagine di comitati e chat solidali, burocrazia estrema e spontaneismo selvaggio, e subito ci si attacca a quello che si riconosce, per primi si colgono i riflessi che ci somigliano: e quindi la paura, lo smarrimento, gli ospedali pieni e i pazienti nei corridoi, abbandonati, e poi il cinismo e la satira, eccetera eccetera. Nel terzo capitolo, però, attraverso il montaggio di una lunga serie di interviste viene mostrato, a livello iperlocale, il funzionamento di certe istituzioni locali, le reazioni della gente.
Chuang: Il comitato di quartiere dello shequ aveva piazzato qualcuno all’entrata del villaggio per registrare le persone e scansionare i codici?
Z: Per lo più erano persone “volontarie” del villaggio, assunte dal comitato [per 200 o 300 yuan al giorno].
Chuang: Pensavo che a marzo la gente non fosse ancora autorizzata a lasciare il proprio complesso residenziale, a parte chi faceva lavori essenziali. Si poteva andare a coltivare?
X: Sì, più o meno in quel periodo il villaggio ha iniziato ad autorizzare le persone a lavorare la terra. Cominciava a fare un po’ più caldo, era il momento della semina. Se avessero aspettato ancora sarebbe stato troppo tardi.
Le interviste che il colletivo 闯 Chuang ha condotto per Contagio sociale sono una continua miscela di codici da scansionare e impiegati contadini, droni e comitati di villaggio. Insomma, è passato del tempo dal viaggio di Rodari, ma il racconto della Cina (enorme, incalcolabile, non riassumibile) offre la stessa quantità di contraddizioni. Nonostante il suo viaggio cinese risalga a mezzo secolo fa, offre alcuni strumenti di comprensione del mondo ancora funzionanti. Un esempio al volo, rispetto alla continua polarizzazione stupida del discorso, compreso quello sulla Cina oggi:
“Ma insomma, sei per la Cina o contro?”. Ho sempre cercato di dimostrare che una domanda del genere è improponibile. [È come chiedere] “approvi il pianeta Terra o no? Sei per il sistema solare o contro?”
Lucidità, studio, amore, fiducia nel destino dell’umanità, Alice Cascherina e Giovannino Perdigiorno. Sulla fine degli anni Settanta però, la visione del mondo di Rodari sembra incupirsi. Ha già scritto tutto quello per cui viene ancora ricordato, la salute peggiora, parte per un lungo viaggio in Unione Sovietica, dove forse è uno degli italiani più famosi in assoluto.
Nell’URSS sono state stampate nove milioni di copie delle sue opere, il suo nome lo precede in tutte le scuole dello Stato federale. Diversamente dalla breve trasferta cinese, Rodari si concentra proprio sugli istituti scolastici, viene invitato nelle province lontane, dove visiterà delle scuole-caserme, dei ragazzini catatonici. Come può scrivere qualcosa di buono, sulla scuola sovietica? È impossibile. Nella sua monografia (consigliata) Vanessa Roghi cita dei passaggi del diario: “dovrei ‘nascondermi dietro una betulla per parlare solo dei bambini e ragazzi, della società che li educa ma anche li condiziona psicologicamente, li priva d’immaginazione e spirito critico, li abitua al trionfalismo, alla retorica, e vive perennemente in una specie di Villaggio di Potëmkin”.
Il 23 ottobre arriva finalmente a Mosca, dove lo accoglie un grande freddo:
Torno dopo un’ora e mezzo con i piedi gelati e le gambe che non mi reggono. Ogni dieci passi mi dovevo fermare. […] Serata da Giulia Dobrovolskaja con il suo seminario di giovani traduttori italianisti. Si può parlare, capiscono. Ma subiscono, non credono nell’utilità di farsi sentire in qualche modo. Ritorno all’albergo alle 23:45. La neve è cessata, freddo. Strade che cominciano a gelare.
Questa cosa qui è stato l’ultimo compleanno di Rodari, che morirà qualche mese dopo, in aprile. Ma non ha senso finire così. Per chi vuole immaginare che scrittore poteva essere Rodari, oltre alla rivoluzione delle fiabe, all’extra lavoro che l’ha macinato fino alla malattia, lascio questo passaggio scritto al volo, nei parchi imperiali di Nanchino:
“Ci si può perdere, affondare in questo paesaggio, disfarsi in esso come si disfanno, sulla corteccia dei bambù, i nomi incisi col temperino dai giovani innamorati. […] Abbiamo sostato sul terrazzo che sormonta la tomba del primo imperatore Ming, circondati, penetrati dai profumi di una natura rigogliosa ma, sotto la pioggia, come disposta al disfacimento. I monumenti non dominano la natura: vi affondano. A poca distanza sono quasi invisibili”.
#1 MADONNA DEL MANGANELLO
Ci siamo imbattuti in una curiosa storia iconografica che riassumiamo in qualche punto (potete trovarla più estesa sul blog Popinga di Marco Fulvio Barozzi). Ci ricorda come alcuni motivi antropologici si ripetano nei secoli, adattandosi alle forme e alle illusioni dei vari presenti.
Si tratta della Madonna del Manganello (o del Bastone, o più precisamente “del Soccorso”), un soggetto emerso (con ogni probabilità) in epoca rinascimentale, soprattutto in Umbria, a quanto pare. La rappresentazione classica sembra proporsi come una variante della minaccia del Babau. Una madre esaurita dalle lagne della sua creatura, giunta a quell’immortale forma di disperazione materna, chiede al diavolo di portarsela via. Ecco il diavolo che prende alla lettera l’invito, e strattona l’esserino. Ma arriva la Madonna del Manganello, che lo persuade a legnate.
Un’iconografia che si diffonde nel centro e nel sud Italia: “essa serviva a scoraggiare la pratica del Battesimo tardivo, un tema che preoccupava molto l’Ordine degli Agostiniani. Molti dipinti, come quello della Madonna del Soccorso di Montefalco, provengono infatti da chiese agostiniane”.
Per ovvie ragioni, mezzo millennio dopo, il Partito Nazionale Fascista elegge la Madonna del Manganello a santa patrona degli squadristi, e protettrice dei fascisti. Negli anni Trenta allora uno scultore leccese realizza una statua in cartapesta della Madonna del Manganello per una chiesa di Vibo Valentia. La Madonna tiene in braccio Gesù mentre con la destra si prepara a menare un colpo. La statua viene allora fotografata per farne dei santini, e dietro ai santini stampato Il Santo Manganello, uno stornello di un bresciano “sansepolcrista, squadrista, volontario della guerra d’Etiopia e fondatore di diverse riviste del regime e, amnistiato dopo la guerra, militante del MSI fino alla morte”. Una bella schifezza:
O tu santo Manganello
tu patrono saggio e austero,
più che bomba e che coltello
coi nemici sei severo.
O tu santo Manganello
Di nodosa quercia figlio
ver miracolo opri ognor,
se nell'ora del periglio
batti i vili e gli impostor.
Manganello, Manganello,
che rischiari ogni cervello,
sempre tu sarai sol quello
che il fascista adorerà.
#2 CORMAC MCCARTHY (1933 - 2023)
Cormac McCarthy è morto due settimane fa, poco prima di compiere novant'anni. I suoi ultimi due romanzi sono un dittico, li ha pubblicati nel 2022: Il Passeggero è uscito qualche mese fa anche in Italia per Einaudi e Stella Maris arriverà da noi dopo l'estate. Dopo la pubblicazione negli Stati Uniti il New Yorker ha scritto che "per la prima volta nella sua carriera, McCarthy ha voluto scrivere narrativa sulle 'idee': questi due romanzi contengono lunghe conversazioni sulla fisica, sul linguaggio, sui linguaggi simbolici della musica e della matematica”.
Che le cose stiano effettivamente così si lo può verificare anche dai ringraziamenti che la traduttrice italiana, Maurizia Balmelli, ha inserito in coda al libro:
Per la preziosa consulenza nelle loro specifiche competenze, la traduttrice desidera ringraziare:
Anna Perona per l’ambito fisico e matematico;
Giovanna Rivetti per la nautica;
Camilla Pieretti per i motori e le corse automobilistiche;
Simone Ferrara e Melanj Passarella per l’immersione subacquea;
Thomas Lanfranchi e Mauro Mentasti per l’aviazione;
Giaime Alonge per le pagine sulla guerra;
Nicolò Petruzzella, Paolo Riccardi e Luca Del Grosso per le estrazioni petrolifere;
Barbara Passanisi per la materia legale.
L'interesse di McCarthy per la tecnica e la scienza di frontiera non era però una cosa recente. Abbiamo già raccontato questa storia in una vecchia MEDUSA. Una trentina di anni fa Murray Gell-Mann (fisico teorico, premio Nobel nel 1969 per i suoi studi sulle particelle elementari e la teoria dei quark, e appassionato di letteratura) fece amicizia con Cormac McCarthy (autore all’epoca di Cavalli selvaggi e Meridiano di sangue, non aveva ancora scritto Non è un paese per vecchi e La strada). Qualche tempo più tardi McCarthy venne invitato a prender parte ai lavori del Santa Fe Institute, organizzazione nonprofit fondata da Gell-Mann con l’obiettivo di esplorare cammini condivisi tra le scienze pure e quelle umane, tra ricerche fisiche, biologiche, sociali, tecnologiche.
Così negli anni McCarthy ha avuto modo di coltivare le sue passioni, ha ampliato le sue conoscenze scientifiche, e ha iniziato a lavorare saltuariamente come ghost-editor per correggere lo stile e le bozze dei libri alcuni amici scienziati come Lawrence Krauss e Lisa Randall (nei cui libri appare infatti tra i ringraziamenti).
Gell-Mann è scomparso nel maggio 2019, a 89 anni (la stessa età che avrebbe avuto McCarthy alla sua, di morte), ma ha fatto in tempo a leggere, nel 2017, il primo lavoro di non-fiction di McCarthy, pubblicato dopo cinquant’anni di carriera letteraria: “The Kekulé Problem”, un pezzo ospitato sulla rivista di divulgazione Nautilus, un saggio scientifico sull'inconscio e le origini del linguaggio (scritto con uno stile rigoroso eppure comunque spiccatamente mccartiano).
Nel 2019 McCarthy è apparso anche sulla rivista scientifica per eccellenza, Nature, con alcuni consigli su “come scrivere un grande articolo scientifico”, raccolti dai ricercatori Van Savage e Pamela Yeh durante i loro pranzi insieme al Santa Fe Institute.
(C’è da dire – aggiungevamo già qualche anno fa – che su MEDUSA non rispettiamo quasi nessuna delle indicazioni di McCarthy: siate chiari, decidete due o tre cose di cui parlare in ogni articolo, ogni paragrafo un proiettile, niente note o divagazioni, niente cose elaborate. Scusaci Cormac).
#3 PROMEMORIA
Lo ripetiamo per chi nel frattempo si è persa l’informazione: stasera, alle 19, Nicolò sarà alla libreria Gogol (Milano) con Giulia Cavaliere, Ivan Carozzi e Antonio Moresco. Parlerà del racconto che abbiamo scritto insieme come MEDUSA per Che traccia hai scelto.
Domani invece, il 29 giugno alle 19, apriamo LITHA. Si tratta della festa d'inizio estate organizzata dalla Libreria del Convegno di Milano (via Lomellina 35). Con noi, a parlare di MEDUSA. Storie della fine del mondo (per come lo conosciamo), ci sarà Elena Viale, scrittrice, editor e autrice video.
Qui il programma completo.
Il telescopio spaziale James Webb sta osservando in questi mesi, tra le altre cose, il sistema planetario attorno a TRAPPIST-1, una stella a 40 anni luce dalla Terra.
Sono 7 i pianeti di TRAPPIST-1: sono rocciosi e hanno dimensioni simili a quelle della Terra.
Sono 2 i pianeti studiati finora con maggior dettaglio: TRAPPIST-1 b e TRAPPIST-1 c, i due più vicini alla stella. Purtroppo, nonostante alcune aspettative, nessuno dei 2 pianeti sembra avere una atmosfera adatta a ospitare la vita.
TRAPPIST-1 b viene colpito da una quantità di radiazioni 4 volte superiore a quella che la Terra riceve dal Sole.
La temperatura superficiale di TRAPPIST-1 c si aggira invece attorno ai 107 °C. Secondo gli scienziati, però, i pianeti e ed f di TRAPPIST-1 (il 4° e il 5°, quindi) potrebbero ancora avere atmosfere spesse.
Al momento dell’invio di questa newsletter, nell’aria danzano 421,39 ppm (parti per milione) di CO2.









