MONITORARE
di Dario Bassani. Come l'intelligence digitale militarizza le nostre camerette.
Benvenuti, questo è il numero duecentodieci di MEDUSA, una newsletter a cura di Matteo De Giuli e Nicolò Porcelluzzi – in collaborazione con Not.
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Oggi siamo felici di ospitare un pezzo inedito di Dario Bassani: responsabile editoriale e autore di Lucy sui mondi, su Substack scrive tregua, una newsletter indipendente su guerra e pace, che vi consigliamo di seguire. In questi giorni ha pubblicato il suo primo libro Giocare alla guerra. Come l’industria ludica militarizza le nostre menti (Nottetempo).
In questo numero leggerete di intelligence digitale e oscurantismo, del Niño e dell’Età barocca, di Pentagon Pizza Index e Arcana Imperii.
Nei primi mesi del 2026, chi è stato abbastanza fortunato da essere spettatore e non vittima della politica estera dell’impero più stupido della storia mondiale ha ricevuto dei nuovi regali.
I nomi di questi doni non spiccano per fantasia, e risultano tutti quasi interscambiabili: si chiamano World Monitor, War Monitor, War Watch, World View. Si tratta di applicazioni o siti internet, quasi tutti gratis, promossi con slogan roboanti – “puoi osservare qualsiasi posto sulla Terra con gli occhi di un analista di intelligence!” –, anche se credo che un motto come “paranoici di tutti i Paesi, unitevi!” sarebbe più adatto.
Per spiegare come funzionano si fanno dei paragoni (“è come se Palantir e Google Maps facessero un figlio”), ma una rapida visita vale diversi paragrafi di descrizione. Mentre scrivo, per esempio, tengo aperto worldmonitor.app su una scheda del browser. Il suo pannello di controllo mostra una carta geografica interattiva, sulla quale posso selezionare che cosa far comparire: basi militari, zone di conflitto, siti nucleari, cavi sottomarini, traffico navale, attività militare, eccetera.
Se clicco su un puntino arancione (stando alla legenda: rischio elevato) vicino a dove mi trovo, scopro che un aereo di supporto logistico della marina statunitense sta per sorvolare il Lago di Garda; più in là, vicino a Roma, mia meta dei prossimi mesi, un bollino rosso (allerta alta) mi spiega che un velivolo da trasporto militare dell’aviazione francese sfreccia circa 10 chilometri sopra Civitavecchia; scorro più a est e compaiono dei grandi poligoni irregolari rossi che coprono integralmente l’Ucraina e l’Iran. Faccio uno zoom e ne noto uno più piccolo che inquadra lo Stretto di Hormuz. Ci clicco sopra e una pratica tendina mi racconta che gli Stati Uniti hanno affondato 9 navi da guerra iraniane.
Questi sistemi di visualizzazione di dati promettono di trasformare ogni loro utente in uno 007 fai da te, e sono stati quasi tutti programmati con lo stesso spirito artigianale di chi dovrebbe usarli. World View è la creatura, partorita nel giro di un fine settimana, di un ex dipendente di Google Maps. L’intelligenza artificiale è stata l’ostetrica senza la quale non sarebbe mai nata: il suo programmatore ha descritto i propri desideri a Gemini e Claude, che come geni della lampada li hanno esauditi sotto forma di righe su righe di codice. World Monitor è stato creato nei ritagli di tempo dal CEO di un’azienda di streaming con uffici sparsi tra Beirut, Abu Dhabi, Dubai, il Cairo e Riyadh.
I creatori di questi aggeggi sono accomunati sia dal curriculum sia da una frustrazione: i cicli di notizie gli sembravano troppo frammentari, caotici e inaffidabili per indirizzare le loro vite e i loro affari. Le loro piattaforme quindi sono direttamente allacciate a feed di dati pubblici – immagini satellitari, giornali online, movimenti di navi e aerei – vagliati in automatico secondo una gerarchia delle fonti inscritta nel programma. Nessun editor umano interviene su quello che viene mostrato, è tutta farina del sacco di algoritmi e agenti IA autonomi, la cui rapidità dovrebbe anticipare gli eventi prima che diventino notizie.
Se un solo segnale – una protesta, un incendio, un blackout di internet – non è altro che rumore illeggibile o ciarpame informativo, molti segnali tutti insieme invece possono rappresentare un pattern, un indizio significativo, un messaggio dal futuro. Le intelligenze artificiali sono indaffarate in un esercizio oracolare permanente per riconoscere i segni dei tempi dentro a un disegno ritenuto troppo intricato per essere interpretato da un cervello organico.
Prima che le piogge nere cadessero sopra Teheran, siti come World Monitor e compagnia attiravano un pubblico limitato e molto motivato, fatto di analisti finanziari per i quali delle informazioni tempestive sullo stato delle catene di approvvigionamento sono merce preziosa, o di ingegneri a cui fa comodo avere una mappatura completa delle reti elettriche globali.
Dopo l’inizio dell’aggressione statunitense invece i visitatori si contano a milioni e salgono di giorno in giorno. Da qualche parte in Medio Oriente, dice il CEO di World Monitor, c’è un bar sport che fa scorrere le immagini del pannello di controllo sui suoi televisori quando non ci sono le partite di calcio. Non c’è da stupirsi, siamo tutti impegnati a monitorare la situazione per passione o per mestiere, e questi diorami al neon ci danno l’impressione che la situazione sia chiarissima, basta monitorarla abbastanza a lungo. Il risultato, però, è che siamo più confusi di prima.
Questi software rappresentano gli ultimi discendenti della lunga stirpe dell’OSINT, una sigla che sta per Open Source Intelligence: indica una grande famiglia di tecniche di raccolta, classificazione e analisi di informazioni pubblicamente accessibili per produrre conoscenza sulle forze, le attività e i possibili corsi d’azione di nemici – molto spesso – o alleati.
Le origini dell’OSINT sono oggetto di articolati dibattiti, e vengono fatte risalire ai periodi più disparati della storia umana: c’è chi crede che alcune pratiche fossero già note nell’Impero romano e chi invece sostiene che si possa parlare di OSINT vera e propria solo dalla diffusione capillare dei media di massa, come nel caso dei giornali nel corso dell’Ottocento o della radio nel Novecento.
L’acronimo compare per la prima volta negli anni Novanta però, e non è un caso. L’avvento di internet e delle tecnologie informatiche rappresentano infatti una svolta epocale, il Big Bang dell’OSINT contemporaneo: l’esplosione di dati e di mezzi per registrarli, leggerli e dargli senso iniziata in quel decennio si irradia fino ai giorni nostri.
A quei tempi l’intelligence digitale era stata accolta con un ottimismo che oggi risulta perlomeno anacronistico. Sembrava nata sotto la buona stella della trasparenza assoluta perché, ci dicevano, era l’informazione stessa a voler essere libera e anarchica. Ci saremmo divertiti un mondo, saremmo stati tutti connessi: l’etica hacker, di cui tanti smanettoni contemporanei dell’OSINT si credono eredi, era la linguaccia che i marmocchi di internet facevano agli adulti nella stanza, lo Stato e il Capitale, un modo irriverente per sfuggire al controllo e far vedere che, con i giusti aggeggi, potevamo fargliela sotto il naso: bastava sapere dove cercare le informazioni giuste.
Non è andata proprio così, ma un giretto distratto nella comunità dell’OSINT su X, Telegram o Discord ci mette in contatto con centinaia e centinaia di account la cui occupazione principale sembra quella di dimostrare di saperla più lunga di mamma Finanza e papà Impero, di sfoggiare quante informazioni sono in grado di raccogliere. Sono impegnati in una telecronaca minuto per minuto della geopolitica: video verticali di missili balistici iraniani che arrossano il cielo notturno sopra una città industriale dell’Arabia Saudita, nuvolette di fumo degli obici della Guardia Nazionale americana che sparano nel nulla durante un’esercitazione in Arkansas, il POV in bianco e nero con dettagli in verde fluorescente di un drone suicida ucraino mentre si avvicina a una fregata russa ormeggiata nel Mar Nero.
Le tre immagini che ho descritto vengono da OSINTdefender, uno degli account più popolari, che era proiettato dietro Pete Hegseth, il capo del Pentagono, all’interno della situation room improvvisata nella residenza di Trump a Mar-a-Lago durante le operazioni di cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro. Sembra dirci che la dieta mediatica di chi controlla l’esercito più potente del mondo non è poi così diversa dalla nostra, che gli analisti OSINT ormai sono così bravi a monitorare la situazione da essere una risorsa fondamentale anche per chi siede sugli scranni più alti.
Tuttavia, proprio Hegseth si è impegnato a sminuire il prestigio degli analisti OSINT commentando l’affidabilità di uno dei punti di riferimento della comunità, cioè il Pentagon Pizza Index, che cerca di stabilire una correlazione tra l’attività militare degli Stati Uniti all’estero e il numero di pizze che vengono ordinate di sera nei pressi del Dipartimento della Guerra. Hegseth stesso ha dichiarato che prima o poi si sarebbe messo lui stesso a ordinare centinaia di pizze per cazzeggiare e tirare scemi quelli che tengono sott’occhio l’indice. A leggere tra le righe, sembrerebbe che l’istituzione militare più ricca del pianeta non sia del tutto ostile all’idea di rendere questi eserciti di monitoratori i propri utili idioti, manipolarne l’accesso ai dati e, insomma, far comparire sui loro monitor solo ciò che vuole mostrare e far trapelare.
Fino a pochi anni fa circolavano opinioni molto diverse e tutti si prendevano molto più sul serio. Un titolone dell’Economist definiva l’OSINT il “Panopticon del popolo”: lo concepiva come uno strumento di democrazia radicale, l’ennesima freccia nella faretra dell’inarrestabile esercito buono del liberalismo planetario. Finalmente c’era una risposta alla domanda “chi controlla i controllori”: ma saremo proprio noi, grazie ai nostri magici computer!
La metafora panottica era calzante, ma per ragioni completamente diverse da quelle che pensava il titolista. Il Panopticon, metafora preferita d’ogni maniaco della persecuzione, è una tecnologia di reclusione e sorveglianza descritta dal filosofo utilitarista Jeremy Bentham e analizzata da Michel Foucault in Sorvegliare e punire, un libro che ripercorre la nascita della prigione moderna.


Quel che spesso si dimentica sul Panopticon è che, nell’analisi di Bentham, anche il guardiano che sorveglia ogni prigionero è sottoposto al medesimo sguardo: è la società stessa che può valutare il suo operato, dato che chiunque, a rigor di logica, può sedere al suo posto, perché non servono ranghi speciali o titoli nobiliari per occupare il centro del dispositivo. Il Panopticon era visto come una tecnologia di visibilità totale e dunque di democrazia altrettanto totale: i controllori potevano essere controllati, gli abusi sventati. Il suo stesso principio poteva essere applicato ovunque come strumento di automiglioramento costante, di ortopedia sociale: raddrizzare e punire.
Gli OSINT traducono questo principio dal diritto penale a quello internazionale: sembrano dire a governi ed eserciti che, sotto il loro occhio vigile e costante, gli Arcana Imperii, i segreti reconditi degli Stati, non sono mai stati così poco arcani.
Talvolta in effetti lo hanno fatto, non bisogna fare di tutta l’OSINT un fascio. Come ricorda l’esperto di sicurezza Tyler McBrien, organizzazioni come Bellingcat, una delle più prestigiose e rispettate nel settore, hanno svolto indagini fondamentali per condannare abusi come quelli dell’ICE a Minneapolis, proprio grazie alla cassetta degli attrezzi dell’OSINT.
Tra gli esempi più virtuosi dell’uso di questi strumenti, l’organizzazione che spicca per nitore morale e politico è Forensic Architecture. Fondata nel 2010 dall’architetto israeliano Eyal Weizman all’interno della Goldsmith University di Londra, Forensic Architecture raccoglie un gruppo interdisciplinare di ricercatori che indagano sulle violazioni dei diritti umani, sempre su richiesta delle vittime. Le loro ricostruzioni sembrano opere d’arte, e vengono presentate sia nelle corti di giustizia internazionali sia nei musei. Per esempio, è grazie al lavoro di Forensic Architecture se conosciamo l’entità delle atrocità commesse dai coloni e dall’esercito israeliano a Gaza e nei territori occupati.
L’OSINT insomma non è soltanto roba da voyeur geopolitici. Per quanto inviti a usi deteriori, si presta anche a esser messo al servizio degli oppressi e della loro richiesta di giustizia. Forsensic Architecture ci dimostra che lo sguardo investigativo può essere sottratto ai suoi consueti monopolisti, cioè gli eserciti e le polizie di tutti i Paesi.
Tuttavia, lo stesso McBrien riconosce che siamo ormai entrati nell’era del BROSINT: irresponsabili lupi solitari fuori da qualsiasi istituzione dotata di un codice etico, geniali dilettanti in selvaggia parata che hanno elevato il proprio doomscrolling a una forma d’arte marziale, e che godono nel far diventare virali delle informazioni che sarebbe prudente fossero riservate. L’intelligence diventa slop, l’OSINT si immerdifica.
Se una volta venivano criticati gli antropologi da veranda, che spaparanzati nelle proprie ville scrivevano dotte monografie su popolazioni che non avevano mai incontrato, oggi i tempi sembrano maturi per rivolgere lo stesso giudizio agli analisti d’intelligence da cameretta, certi di saperla più lunga di tutti grazie agli schermini che li circondano.
A guardarli, sembra che i nostri telefonini ci offrano una conoscenza del mondo di grado paramilitare, che i nostri salotti siano situation room attivabili a colpi di pollicione. Ci pare di star seduti in una stanza dei bottoni, solo che se li premiamo non succede niente. Quella dei BROSINT è una promessa di finta onniscienza ma verissima onni-impotenza. Crediamo di vedere tutto, e siamo certi di non poterci fare niente.
Di fronte a un oscurantismo caotico che si traveste da illuminismo tondo e ragionevole, può essere utile tornare indietro nel tempo, in uno dei momenti in cui la tradizione occidentale ha pensato a una figura che osserva tutto e non fa poi granché, a parte riportare alle alte sfere.
In età barocca, mentre l’Europa era stravolta da guerre di religione e le nostre città si coprivano di ghirigori, gli angeli custodi sono stati di gran moda. In tempi di crisi, l’idea di essere osservati in ogni momento da presenze benevole doveva fornire una qualche forma di conforto.
Divini burocrati incaricati di sorvegliare capillarmente le cose terrene, nel Seicento si immaginava che ce ne fossero d’ogni tipo ovunque, deputati al controllo di eserciti, navi, fortezze e dei nostri stessi moti interiori.
Le schiere angeliche della prima età moderna erano creature di pura luce e monitoraggio in nome della maggior gloria di Dio. I sensori sparsi ovunque, le cartine che ne rappresentano i dati e noi che trattiamo i loro puntini luminosi come notifiche eccitanti sono la loro versione laica, secolarizzata, senza profumo d’incenso e impermeabile all’acqua battesimale. Come quattro secoli fa, l’unica entità a monitorare senza essere monitorata è quella che tutto muove senza muoversi. Prima era l’Altissimo, ora sono il Capitale e l’Impero.
Eserciti e finanza sembrano ormai le uniche organizzazioni umane a riuscire ad agire su scale temporali più lunghe di dopodomani, e hanno bisogno di tutti i monitor del mondo per capire che aria tira e prendere le giuste contromisure. Noialtri spettatori, invece, ne scrutiamo le mosse sulle mappe come si guardano gli streamer che giocano ai videogiochi al posto nostro. Ci limitiamo a essere gli angeli custodi deficienti del loro gameplay, ma ogni tanto ci illudiamo che guardare sia la stessa cosa che giocare.
Sul mio telefono ho impostato un limite al tempo che trascorro su Instagram. L’icona dell’app si ingrigisce e un pop-up mi avverte che la mia ora giornaliera è finita. A quel punto passo a X, di solito prima di addormentarmi. Le stories dei miei amici vengono sostituite da un catalogo di macchine di morte, assopite o in azione: file e file di droni lindi e pinti stipati in magazzini in attesa di decollare, riprese degli stessi droni mentre si avvicinano alle spalle di un autocarro o di un soldato da qualche parte sul nuovo fronte orientale. Questi video si interrompono sempre al momento del suicidio del drone e dell’eliminazione del bersaglio.

A volte, oltre al feed del presente, mi soffermo a lungo su delle immagini che vengono dalle guerre scoppiate prima che io nascessi. Una sera di queste ho salvato nella galleria una decina di immagini della Guerra del Golfo. Credo di aver capito quel giorno perché Jean Baudrillard diceva che non c’è mai stata. Era il debutto degli Stati Uniti nell’era dei conflitti digitali, dove la rappresentazione del campo di battaglia conta quasi più di quel che c’è davvero dentro. Alcuni dei soldati statunitensi spediti in Medio Oriente erano i primi a esser stati addestrati dentro alla realtà virtuale, e a casa i civili seguivano i bombardamenti minuto per minuto di fronte al televisore, tra un episodio e l’altro dei Simpson.
Non è una gran novità questo strambo impasto di massacri e risate registrate in cui arranchiamo tuttora. Forse anche Badrillard si è addormentato come me con queste figure negli occhi. Una serie di foto mostrano un paesaggio in cui delle colonne di fumo nero e fuoco rossastro si innalzano al cielo dai pozzi petroliferi del Kuwait. Davanti gli sfilano cavalli, mezzi blindati, fanteria appiedata. Altre ritraggono soldati, receptionist e uomini in preghiera mentre indossano una maschera antigas. Pensavano di proteggersi, chissà se ce l’hanno fatta.
Il 2027 potrebbe essere l’anno più caldo mai registrato grazie anche al ritorno del Niño, quel fenomeno climatico che innesca un aumento delle temperature superficiali dell’Oceano Pacifico centrale di almeno 0,5 °C per almeno 5 mesi.
La World Meteorological Organization (Nazioni Unite) ha dichiarato che esiste l’80% di probabilità che El Niño si formi prima di settembre e il 90% che persista almeno fino a novembre.
Nel 2024 la temperatura media globale aveva già raggiunto 1,55°C al di sopra dei livelli pre-industriali, stabilendo un nuovo record. La WMO afferma che esiste il 91% di probabilità che la soglia critica di riscaldamento di 1,5°C venga temporaneamente superata di nuovo per almeno un anno.
L’ultimo El Niño (2023-2024) è stato uno dei cinque più intensi mai registrati e ha contribuito a un 2024 eccezionalmente caldo, amplificando ulteriormente il riscaldamento globale causato dall’attività umana.
L’imminente El Niño sarà il quarto da quando esiste MEDUSA: probabilmente sarà il più violento.
Al momento dell’invio di questa newsletter, nell’aria danzano 431,86 ppm (parti per milione) di CO2.










e io pensavo che potesse esistere un pezzo su monitorare la situazione senza Baudrillard, ma è impossibile dopo tutto su quello c’ha azzeccato in pieno anche più del previsto, sul resto ha scagazzato per bene in giro