EXTRA! STRONZOLI
di Nicolò Porcelluzzi. Giulio Andreotti e Chiara Fumai nell’oltremondo delle clessidre, dove la morte ti fa: "bella!".
Benvenuti, questo è un nuovo numero EXTRA! di MEDUSA, la newsletter a cura di Matteo De Giuli e Nicolò Porcelluzzi – in collaborazione con Not.
Gli EXTRA! sono i numeri speciali, a cadenza irregolare, riservati agli abbonati annuali o mensili che hanno deciso di sostenere il nostro progetto.
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Abbiamo deciso di ricorrere agli EXTRA! per raccontarvi idee alle quali stiamo lavorando, per recuperare materiale d’archivio, libri che stiamo leggendo o per condividere con voi cose che pubblichiamo altrove.
Ad esempio:
GRAFFETTE – “La graffetta è considerata un capolavoro di design minimale: semplice, eternamente uguale a se stessa, ha visto passare secoli, guerre, carestie, rivoluzioni, ha attraversato tutti i confini disegnati dall’uomo ed è riuscita a non evolvere mai”.
BOLERO – “Anne Adams è una biologa che improvvisamente, a 46 anni, abbandona ogni attività per iniziare a dipingere a ritmi frenetici e compulsivi. Prima dipinge case e palazzi; poi enormi fragole; infine, nasce l’ossessione per il Bolero di Ravel, una composizione arcinota per il suo andamento concentrico, ossessivo appunto. Adams traduce il Bolero attraverso le arti figurative: la composizione diventa un pattern su tela. È affetta da demenza del lobo temporale, una condizione che attacca tra le altre cose la sfera linguistica, scatenando le funzioni cerebrali che di solito vengono bloccate utilizzandola: il risultato è un’esplosione creativa. Sono centinaia i casi di soggetti di qualsiasi estrazione (avvocati, broker, giardinieri…) che una volta incontrata la malattia mollano tutto, per abbandonarsi all’arte”.
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Questo pezzo viene dal nostro famigerato archivio. Prima di passare su Substack abbiamo pubblicato più di cento numeri su un’altra piattaforma. Con STRONZOLI iniziamo una selezione ragionata dei milioni di caratteri che abbiamo accumulato dalla nascita del progetto.
Partendo dal primo Benigni per arrivare alla vera natura del kamikaze, questo testo nacque nelle settimane in cui portavamo in giro il libro di MEDUSA, quattro anni fa. Gli appunti erano stati presi sui taccuini dei bnb che ci ospitavano in mezzo alle presentazioni. In uno di questi trovai un libro di Andreotti che sembrava lampeggiare; credo resti l’unico furto di una vita, se non irreprensibile, rispettabile.
In questo numero leggerete di Giulio Andreotti e Chiara Fumai, di clepsidra e trapasso, di critici letterari e bruxismo, di kamikaze e supermercati.
In queste settimane, per citare Franchino, abbiamo avuto diversi flash. Abbiamo scoperto che il cantiere dove Benigni e Monni e gli altri teorizzavano l’avvento della rivoluzione comunista in Berlinguer ti voglio bene è vicino al Centro Pecci per l’Arte Contemporanea, a Prato, e che il tetto dove camminano è diventata un’enorme Esselunga; all’epoca si chiamava Pratilia, era il primo centro commerciale d’Italia. Aperto nel 1977, fallito con una certa rapidità.
Il comunismo arriverà la mattina, da sé.
E il popolo: Diobo’, cosa è successo?
Niente, popolo: sei venuto. Quello che non funzionava, ora funziona.
Godi.
Al Centro Pecci abbiamo anche potuto vedere – da molto vicino – la libreria di Chiara Fumai, artista morta qualche anno fa, prima del tempo.
Altro flash. Il giorno prima a Firenze avevo trovato un libro nato da un’intelligenza direi agli antipodi di Fumai, ecco, quella di Giulio Andreotti, un libro che si chiama Il potere logora… ma è meglio non perderlo. Ci sono un paio di passaggi curiosi, come questo, il frammento di un discorso tenuto in Arizona, nel 1984:
Per molto tempo abbiamo creduto che crescita e sviluppo fossero sinonimi. L’approfondimento ecologico ci ha aperto gli occhi. C’è molta crescita che non aiuta affatto lo sviluppo globale.
Nella raccolta non solo si scopre un Andreotti ecologista (nella sua immaginazione), ma anche un Andreotti romanziere che – come tutti gli aspiranti romanzieri – dice di non trovare il modo per dedicarsi alla pagina, di restare “in attesa dell’ardito tentativo di un romanzo che rimugino da antica data, ma per il quale mi ci vuole un periodo di tempo pieno, che ora non ho”.
Andreotti è ossessionato dal tempo che passa, dalla scaramanzia della sopravvivenza, dalle gastriti, dalle uricemie… Sembra abbia scritto il libro con una mano sola. Invidia i centenari come Alfonso Carinci, l’arcivescovo che l’ha invitato a tenere un discorso celebrativo, e che lui saluta con “una frase di Menandro, in trascrizione leopardiana: muor giovane colui ch’al cielo è caro”.
Una certa fissazione mortifera insomma, un’ossessione per la liquidità del tempo.
La clessidra si chiama così perché ruba-l’acqua, che è spinta da un piccolo vuoto verso l’altro; ma chi è che ruba l’acqua, se non il tempo?
Ogni volta che penso ad Andreotti penso alle pareti di un ospedale, perché è lì, lontano da Roma, che ho saputo della sua morte. Forse sacrificando la vita di qualche giornalista, nascondendo delle carte, forse dando bacini, Andreotti riuscì a rallentare il ritmo della clessidra morendo, nella primavera del 2013, a novantaquattro anni compiuti.
Sempre in quel periodo iniziai una certa abitudine notturna, quella di digrignare i denti. Una forma leggera di cosiddetto bruxismo, un lemma che finora pensavo di origine anglofona, forse per l’idea di marketing che nella mia testa si accompagna a questi nuovi bisogni igienici, gli orridi scovolini, le foto di gengive che sanguinano... “Bruxare” però non è un anglismo, viene dal greco come clepsidra, da brýchein.






