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EXTRA! CAPITÈI

di Nicolò Porcelluzzi. Lui mi ha chiesto: “Perché l’hai fatto?” e io gli ho detto: “L’ho fatto per te”.

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giu 10, 2026
∙ A pagamento

Vi proponiamo la lettura di un documento rinvenuto in una mansarda veneta, nascosto sotto pesanti faldoni anni Ottanta, circondato da ruote di biciclette e lampade di plastica. Datata 1987, si tratta di una ricerca etnografica condotta dai bambini di una scuola elementare della provincia di Padova. L’oggetto della ricerca sono i cosiddetti capitèi, che in italiano si chiamano edicole votive, e in altri localismi italiani santelle, piloni, tabernacoli...

In Veneto si chiamano capitèi, ma anche capitelli, e sono tra le presenze ricorrenti della psicogeografia di provincia, mete di rosari infantili, luci mute che di notte accompagnano le auto a casa loro.

Questa MEDUSA EXTRA! rientra nella serie dei ripescaggi che ogni tanto tiriamo su dal nostro archivio. Prima di passare su questa piattaforma, che si chiama Substack, abbiamo pubblicato un centinaio di numeri su una piattaforma che si chiama Mailchimp. CAPITÈI risale alla primavera del 2022, quando stavamo per migrare, e a leggerci c’erano meno della metà delle persone (ciao! grazie, ai nuovi e ai vecchi: siete fortissime).

Che poi non so da dove arrivi quella ricerchina scolastica, non sono nemmeno cresciuto nella provincia padovana, ma in quella veneziana. Ricordo bene le sere di maggio, specie di fine maggio, quando da bambino delle elementari la sera andavo in ciabatte a fare il rosario con altri bambini e anziani intorno a un capitello tirato su all’ombra di grandi condomìni grigi. Era la curva di una strada deserta che univa i quartieri residenziali a quelli popolari di un paese che è la frazione di un comune di una provincia. Non scriverò mai “città di pianura” perché sono cresciuto nei paesini di pianura.

Oltre alla gelateria la sera non c’era nessuna, nessuna attività nel raggio di chilometri, ma non veniva vissuto come un dramma. Oggi lo vivo come un dramma, e mi risparmio la nostalgia fuori luogo pensando alla noia di chi allora aveva venti e trent’anni, e lo abbraccio da un’altra epoca.

Non sapevo perché ci andassi al rosario, mi avevano tirato dentro due birbanti, per poi scoprire che mi piaceva quel ritmo ipnotico, le due-tre madri di mezza età e il profumo dei fiori di stagione. Sarò andato una dozzina di volte, e durava una mezz’ora scarsa, ma lo ricordo dopo trent’anni. Forse perché stava per finire la scuola, forse perché volevo bene a quelle persone.

Qualche mese dopo la pubblicazione del reperto mettevo insieme un racconto, più che altro un bozzetto, la ricostruzione di un ambiente per una storia più lunga: si chiamava TORRETTE e la lascio qui.

Qui sotto invece leggerete la maestrale indagine di qualche classe delle elementari di fine Ottanta, quando la noia si inventava degli esercizi di attenzione che rischiavano di dare un senso alla vita che si faceva.


Questo è un nuovo numero EXTRA! di MEDUSA, la newsletter a cura di Matteo De Giuli e Nicolò Porcelluzzi – in collaborazione con Not.

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