ULTRANOIA
di Giovanni Bitetto. Che cosa resta della letteratura ai tempi dello smartphone, del Flusso e del declino cognitivo.
Una stanza buia, un uomo in poltrona, il volto illuminato dalla luce bluastra di uno schermo; sua moglie, dall’altra stanza, gli sussurra di venire a letto, lui risponde “non posso, guardo video di incidenti stradali russi; loro hanno la telecamera a bordo, ci sono bellissime sequenze in soggettiva di frontali tra tir, è l’ultima cosa che ha visto il morto, affascinante”. È una fra le tante scene fulminanti nella narrativa di Francesco Pecoraro. Quante volte nella nostra quotidianità ci fermiamo a discutere di un video o di un reel, a spingere il tasto di condivisione, quasi senza accorgercene, come fosse un riflesso pavloviano? Una liturgia così trasversale, a prima vista innocua eppure parte integrante del nostro orizzonte cognitivo, necessita non solo di essere descritta ma anche di essere sviscerata nella sua essenza. La letteratura contemporanea è pronta ad accettare questa sfida? Forse l’opera di Pecoraro va in questa direzione, ma per provare a capirlo dobbiamo innanzitutto partire dall’oggetto a noi più caro: lo smartphone.
C’è un momento preciso in cui comprendi che qualcosa si è rotto nel modo in cui ci rapportiamo con le immagini al di là dello schermo. Arriva mentre scorri il feed alle undici di sera, tra la storia di un aperitivo pettinato e la recensione di una nuova hamburgeria, e ti trovi davanti a un reel della Casa Bianca montato come un trailer Marvel. Caccia militari che decollano al rallentatore, missili che tracciano archi perfetti nel cielo, esplosioni con quella saturazione cromatica da pubblicità di Youtube, e in sottofondo la macarena. Mentre un paese brucia qualcuno nella squadra social della presidenza Usa ha aperto la libreria musicale, ha ascoltato qualche secondo di una canzone allegra e ha pensato: sì, questa funziona, poi ha cliccato pubblica, per la stessa logica con cui si sceglie la colonna sonora di un reel di cucina.
La propaganda ha smesso di voler convincere, la guerra è solo l’ennesimo contenuto. Quello che colpisce è la disinvoltura estetica con cui l’amministrazione più social media savvy della storia recente ha deciso che anche il conflitto armato merita la sua brand identity. Come se Leni Riefenstahl avesse avuto accesso a CapCut e a un account TikTok. Il risultato è qualcosa di profondamente straniante: un linguaggio nato per vendere sneaker e raccontare viaggi a Bali, riadattato per legittimare decisioni geopolitiche che riguardano milioni di vite. E il pubblico, noi, è già così alfabetizzato da recepire quella grammatica senza attrito, senza quasi accorgersene. Siamo in un punto in cui non occorre più stabilire i fatti. I fatti ci sono, documentati e ben visibili. A essere irrimediabilmente mutata è la struttura cognitiva con cui li elaboriamo: abbiamo eroso la nostra capacità di legarli fra loro in un orizzonte di senso condiviso.
Quello che state leggendo è il numero duecentootto di MEDUSA, una newsletter a cura di Matteo De Giuli e Nicolò Porcelluzzi – in collaborazione con Not.
MEDUSA parla di cambiamenti climatici e culturali, di nuove scoperte e vecchie idee. Ogni due mercoledì.
La nostra homepage è medusanewsletter.substack.com. Ormai è un sito abbondante e navigabile, vi consigliamo di farci un giro e recuperare i vecchi pezzi. Se volete scriverci potete farlo qui: medusa.reply@gmail.com. Siamo anche su Instagram.
MEDUSA è gratuita, due volte al mese. Se vi piace quello che facciamo e volete supportarci, potete abbonarvi: potrete sbloccare così anche l’archivio dei numeri EXTRA (e iniziare a riceverli). Qui tutti i dettagli:
La MEDUSA di oggi è un inedito di Giovanni Bitetto. Giovanni Bitetto “sopravvive a Milano. Ha scritto Scavare (Italo Svevo, 2019) e Sacro niente (Voland, 2023)”.
In questo numero leggerete di letteratura e fascismo, Adam Curtis e Francesco Pecoraro, Walter Siti e Fredric Jameson, luci bluastre e TikTok, di ICE e URSS.
Anzi, ne state già leggendo: torniamo a ULTRANOIA.
Per metterla giù in maniera ancora più chiara dobbiamo appellarci a HyperNormalisation, il documentario di Adam Curtis che già dieci anni fa sosteneva posizioni capaci di inquadrare il problema. La tesi è la seguente: a partire dagli anni Settanta, le élite politiche e finanziarie occidentali hanno smesso di governare il reale e hanno cominciato a gestire le sue rappresentazioni. Incapaci di risolvere problemi strutturali del sistema economico hanno costruito una versione semplificata e rassicurante del mondo, e l’hanno venduta come realtà. L’ipernormalizzazione è il processo per cui questa finzione collettiva diventa la norma: ci si abitua a vivere in un sistema che non funziona come dice di funzionare, e si smette di chiedere conto dello scarto tra la versione ufficiale e l’esperienza vissuta.
Curtis prendeva come caso esemplare il collasso dell’URSS, raccontando quella strana fase finale in cui tutti sapevano che il sistema era marcio ma continuavano a comportarsi come se non lo fosse, producendo una specifica forma di dissociazione cognitiva di massa che i sociologi hanno poi chiamato “ipernormalizzazione”. Ma la sua tesi era che lo stesso meccanismo si era replicato in Occidente, attraverso strumenti diversi: la finanziarizzazione dell’economia, il trionfo del management sulla politica, la creazione di un paesaggio mediatico sempre più autoreferenziale e disconnesso dall’esperienza concreta delle persone.
Quello che è successo dal 2016 in poi, acceleratosi in modo schizofrenico nella seconda presidenza Trump tra le operazioni dell’ICE e i reel di guerra, è che l’ipernormalizzazione ha trovato la sua infrastruttura perfetta. I social media creano le condizioni in cui la versione ufficiale di un evento e la sua contraddizione visiva possono coesistere nello stesso feed, nel giro di trenta secondi, senza che il cervello dell’utente medio sia attrezzato a elaborare l’antinomia. È un formato progettato per produrre certezze facili e identità tribali; in questo contesto, la menzogna evidente, tuttavia sostenuta con sufficiente sicurezza e amplificata da reti abbastanza vaste, non viene smascherata, viene normalizzata. Diventa uno dei tanti elementi contraddittori del flusso, e il flusso va avanti. Il problema della narrazione, insomma, non è nuovo, bensì strutturale: la critica culturale lo sa da decenni.
Tutto questo ha a che fare con Pecoraro? La risposta breve è sì, fidatevi, ma prima di tornare a lui dobbiamo provare ad allargare ancora e per l’ultima volta il nostro sguardo. Recentemente è stato ripubblicato da Einaudi Postmodernismo, il testo capitale con cui Fredric Jameson ha cercato di delimitare e nominare la temperie culturale del tardo capitalismo, quella postmodernità tanto ubiqua quanto sfuggente nelle sue definizioni. È un saggio che viene spesso citato per una sola massima, “è più facile concepire la fine del mondo che la fine del capitalismo”. In realtà Jameson cerca di andare molto più a fondo, e con spirito di raziocinio costruttivo, nell’analisi dei nostri tempi.
La tesi centrale è che il postmodernismo non sia uno stile culturale ma una dominante cognitiva: il modo in cui il tardo capitalismo si riflette nell’esperienza soggettiva di ciascuno di noi. Jameson parla di “abolizione della profondità”: la cultura postmoderna appiattisce tutto sulla superficie in maniera che il segno rimandi solo ad altri segni, la storia diventa un repertorio di stili da campionare, il futuro scompare dall’orizzonte. Non rimane allora che rifarsi all’ironia, utilizzata quasi come un meccanismo difensivo: buttarla in vacca è l’unica possibilità di proteggersi dalla responsabilità di credere in qualcosa. Ecco allora che viene fuori la “schizofrenia” del soggetto postmoderno: una frammentazione della catena significante, a segnalare l’impossibilità di costruire narrazioni coerenti. Il reel di guerra è postmoderno in senso jamesoniano: è una superficie priva di profondità, un assemblaggio di segni visivi ottimizzati per la risposta emotiva, senza retroterra storico, senza contesto, senza la possibilità di un giudizio fondato sulla comprensione.
Se dunque la realtà diviene inconoscibile, anche la psiche del soggetto contemporaneo ne risente, fino all’irreparabile mutazione delle sue categorie cognitive. Nella migliore produzione artistica degli ultimi cinquant’anni, e in particolare in letteratura, questo è lo snodo da cui si dipanano le molteplici vie della rappresentazione. Vale la pena citare una domanda che già nel 1993 si faceva David Foster Wallace:
Probabilmente la maggior parte di noi concorderebbe che questi sono tempi bui e stupidi, ma abbiamo davvero bisogno di una narrativa che non faccia altro che drammatizzare quanto tutto sia buio e stupido?
Trent’anni dopo, il buio si è approfondito in modi che Wallace non aveva ancora immaginato, e la letteratura ha continuato a farci i conti, spesso senza saperlo nominare. In Italia, dove la narrativa contemporanea oscilla storicamente tra il provincialismo del particolare e l’ambizione mal calibrata all’universale, le risposte interessanti si contano sulle dita di una mano. Fra i pochi che abbiano affrontato davvero il problema Francesco Pecoraro è l’autore che forse ha fornito le risposte più interessanti, proprio perché non si è concentrato sull’inconoscibilità del reale, ma sull’impossibilità del soggetto nell’interpretare il mondo circostante.
Già nel suo romanzo più fortunato, La vita in tempo di pace, questo elemento è un tratto costitutivo del suo protagonista. Ivo Brandani è un ingegnere cinquantenne, consulente internazionale, sempre in viaggio tra aeroporti e cantieri idraulici nel Mediterraneo. Nel corso della narrazione Brandani ripercorre la propria esistenza senza mai riuscire a darle una forma definitiva. Il paradosso di Brandani è tutto qui: il sistema lo ha formato perfettamente. Professionale, richiesto, capace di muoversi in qualsiasi contesto con la disinvoltura di chi sa sempre cosa fare, eppure del tutto svuotato nella sua quotidianità. Tutta questa competenza ha un costo preciso, e il costo è l’io. Brandani sa fare molte cose, ma essere qualcuno è un’altra questione. Il gergo professionale che abita la sua coscienza è la sua lingua madre, la terminologia della consulenza globale ha colonizzato la struttura stessa del suo pensiero. Per uscire da quella trappola linguistica bisognerebbe avere le parole, e le parole disponibili appartengono tutte al sistema che la trappola ha costruito. Brandani, nelle stesse parole dell’autore è “uno-che-molla, uno che per lui niente conta, se non restare in vita nelle migliori condizioni possibili, specifico organismo prodotto dal Tempo di Pace”.
Il “tempo di pace” evocato non è altro che una rielaborazione dell’illusorio concetto di “fine della storia” tanto caro alla socialdemocrazia di fine millennio. La pax americana sperimentata nel cuore dell’Occidente ha permesso ai cittadini dei paesi avanzati di evitare ogni frizione con le storture sistemiche della propria condizione. Brandani ha vissuto tutta la sua vita in quella sospensione, individuo funzionante ma mai veramente vivo, e tutto ciò lo ha consumato dall’interno. L’ipernormalizzazione del personaggio creato da Pecoraro è terminale: Brandani ha smesso di credere in qualsiasi cosa che non sia il sistema stesso, ma sperimenta questa mancanza come un dato naturale, quasi un tratto antropologico.
Eppure, sebbene Ivo Brandani fosse “perseguitato dal senso della catastrofe”, il sistema, pur in maniera disfunzionale, reggeva. Nel frattempo, caracollando da una emergenza all’altra fra Covid, guerra in Ucraina e l’imperscrutabilità della politica imperialista americana, abbiamo sdoganato il nostro stato di crisi perenne, scendendo a patti con la minaccia di una conflitto che prima o poi ci investirà. Ci resta un Occidente consumista e globalizzato che porta avanti un fatiscente sistema sociale e valoriale.
In questo paesaggio si muove il narratore de La fine del mondo, l’ultimo lavoro di Pecoraro che estremizza e raffina fino all’osso la poetica dell’autore romano. La trama è volutamente evanescente: ogni mattina un uomo anziano, ben protetto nel suo guscio borghese e pasciuto da una sostanziosa pensione, beve un caffè in cialda e riflette. Il flusso di coscienza che ne viene fuori, e che l’autore struttura col piglio saggistico di chi vuole cercare di andare al cuore delle cose lasciandosi dietro i fronzoli della narrazione, cerca di ricapitolare, gerarchizzare, condensare in un disegno leggibile il mondo attorno a sé. Si tratta di una versione leggermente distopica, ma ben plausibile, della nostra realtà, in cui i droni per le consegne hanno la propria alcova di atterraggio sui balconi di ciascuno e i notiziari sciorinano con noia impeccabile le notizie di guerre sempre più vicine. Ma questo senso di minaccia non preoccupa l’uomo; lo disturba la calma olimpica, irreale, dell’Ipotassi Cetomedioide, la roccaforte alto-borghese in cui vive a ridosso del centro storico romano, e che sonnecchia nell’ultimo frammento di quiete di un Occidente ridotto ai minimi termini.
Il narratore ha tutto quello che Brandani non aveva: cultura vasta, storia personale densa, capacità di lettura del mondo sviluppata in decenni di frequentazione con il mondo. Gli strumenti funzionano ancora: la prosa è lucida, l’ironia precisa. Ma metterli all’opera non produce più nulla di sorprendente, l’analisi si è separata dalla sintesi. L’elucubrazione riesce solo a individuare con esattezza tassonomica la propria irrilevanza, il che è la forma più sofisticata e più insidiosa di resa. L’uomo si sente costretto ad affermare che “la filosofia ci ha lasciato soli a vedercela con questioni che non siamo in grado di trattare mentalmente e di affrontare praticamente: o meglio ha talmente raffinato i suoi ragionamenti da renderli di fatto inservibili per il miglioramento del vivere”.
L’uomo sembra rendersi conto di molte cose: la “nazione fascistoide” in cui vive è esattamente quello che sembra, la “città demmerda” è il prodotto di decenni di malversazione di cui può avere contezza, il flusso informativo quotidiano è rumore, non conoscenza. Eppure tale coscienza ipertrofica non porta a nessuna condanna pratica o morale, solo a un grado di accettazione che della rassegnazione non trattiene più nemmeno il senso della sconfitta. Brandani funzionava senza capire di essere svuotato, qui il passo ulteriore è già compiuto: la resa è stata integrata nella struttura cognitiva.
Esistere come rudere è comunque una forma di esistenza, ha capito questo uomo, e in questa constatazione si profila la sua dignità malinconica:
del contemporaneo io non so nulla e non capisco nulla, traggo solo qualche brandello di senso, inutilizzabile a farmi un quadro, non dico del tutto, ma insomma più allargato, ammesso che per l’indistinto e lo sconfinato possa parlarsi del tutto, ammesso che la formulazione non sia una convenzione novecentesca e oggi non sia del tutto inutile, perché nessuno, nemmeno i mitici padroni della grande baracca, possono, vogliono, riescono a farsi un quadro di ciò che loro stessi gestiscono, e ammesso che esistano e gestiscano effettivamente qualcosa.
Novecentesco è proprio come si sente questo narratore nel campo da gioco dell’oggi, novecenteschi sono i suoi strumenti ormai sbeccati, tali da produrre la documentazione di quanto il mondo nuovo sia refrattario a essere compreso con categorie univoche, il romanzo di Pecoraro è la lucida registrazione dell’incomprensione.
Vale la pena fare il confronto con I figli sono finiti, l’ultimo romanzo di Walter Siti. In quest’opera si costruisce un chiasmo generazionale: Augusto, settantenne trapiantato di cuore, alter ego dell’autore, incontra, in una Milano erosa dall’iperconsumismo, Astore, ventenne hikikomori autoisolatosi nel proprio ecosistema digitale. L’amicizia fra i due si trasforma in un impareggiabile scontro dialettico fra due antitetici sistemi valoriali. L’autore ambisce a riprodurre l’etnografia delle nuove soggettività, ovvero a capire dall’interno la struttura cognitiva di chi è cresciuto con Youtube e i meme come linguaggio primario, di chi preferisce il sesso virtuale a quello reale perché la realtà non può competere con l’ottimizzazione digitale del desiderio.
Ne viene fuori un libro straordinariamente scritto ma solo parzialmente riuscito. Il punto di forza del suo autore è in questo caso il suo maggior limite: Siti è troppo bravo. I suoi strumenti ermeneutici, il corpo come campo di possibilità, il cinismo come postura conoscitiva, la ricettività a ogni mutazione del contemporaneo sono così acuti che, applicati ad Astore, producono un personaggio tanto sfaccettato quanto inverosimile. Il ragazzo ragiona con la lucidità di un professore di teoria culturale, sa criticare il mondo digitale in cui vive con una precisione che appartiene a chi lo osserva dall’esterno, non a chi lo abita dall’interno, tanto da riuscire a formulare sentenze troppo icastiche e messe a fuoco per un ventenne in crisi d’identità, come ad esempio “il desiderio singolo sta diventando inutile, ci sarà un dispositivo che desidererà per tutti”, o anche “se voi siete riusciti a liberarvi dalla fede in Dio, noi riusciremo a liberarci dalla fede nella realtà”. Il digitale viene descritto e analizzato a fondo, ma nel racconto chi lo esperisce non ne viene trasformato.
Pecoraro non tematizza mai internet. Nessun capitolo dedicato, nessun personaggio giovane che funzioni da specchio generazionale. C’è solo un uomo anziano che usa la rete come tutti, che scorre le notizie, che è informato su ogni avvenimento, e che nel raccontarsi mostra, senza mai erigerlo a tema, come questa immersione nel flusso informativo (o sarebbe meglio chiamarlo semplicemente Flusso, proprio come fa Pecoraro, quasi a reificarlo in qualcosa di tangibile e pervasivo) lo abbia progressivamente ridefinito: “Youtube mostra video da telecamera fissa che sorveglia curva di autostrada, svincolo a quattro vie, rampa di immissione [...], non so perché lo guardo né cosa mi aspetto, anzi lo so, mi aspetto un incidente catastrofico e mortale, godo di queste cose, me ne nutro segretamente”. Siti prova a descrivere il sistema dall’esterno con categorie pregevoli ma artefatte, Pecoraro registra con esiti fallimentari l’abbruttimento di chi vive immerso nel sistema. È la differenza che intercorre fra la cartografia e il naufragio.
Se torniamo alla sopracitata domanda di Wallace (abbiamo bisogno di una narrativa che non faccia altro che drammatizzare quanto tutto sia buio e stupido?), notiamo che essa presuppone un soggetto in grado di muoversi su un margine estetico e morale, tale da poter cercare nel buio qualcosa che valga la pena di essere vissuto. L’opera di Pecoraro, letta nel suo arco completo, mette in discussione questa premessa in modo più radicale di qualsiasi risposta diretta.
Ivo Brandani e il narratore della Fine del mondo sono gli estremi di un orizzonte che viviamo quotidianamente. Il soggetto che avrebbe dovuto cercare la luce è stato progressivamente attrezzato per non trovarla, tanto da chiedersi “se questa sia solo una fase, se la tecnologia che, da un passato che mi pare ignobile ci trascina verso un futuro che mi pare diversamente ignobile, troverà una forma di stabilità, consentendo ai vivi di adattarsi pienamente ai suoi schemi”. Quello che rimane, sotto la diagnosi precisa e l’ironia impeccabile, è una suggestione che Pecoraro, in quanto condanna morale, non può nominare direttamente: il lutto per un mondo in cui sapere le cose produceva ancora effetti sulla realtà. La fine del mondo di cui parla il libro potrebbe sembrare geopolitica, sociale o ecologica, ma, più nel profondo, è la fine del nesso tra comprensione e azione. Ed è per questo che è così difficile da concepire, ancor più difficile da scrivere, ma anche così necessario che qualcuno abbia provato a farlo.
Immagini tratte da: A Second Life City Planning, Cao Fei.
Secondo un report dell’Agenzia internazionale per l’energia (IEA), nel 2025 le mega-fughe di metano dagli impianti di estrazione sono rimaste a livelli record.
L’IEA stima che delle misure di riduzione collaudate potrebbero rendere disponibili 200 miliardi di metri cubi (bcm) di gas naturale all’anno sui mercati internazionali. Per dare l’idea della scala: ogni anno in Italia vengono consumati, in totale, circa 60 bcm.
Il “mega-leak” più grande del 2025 è stato rilevato in Texas: perdeva 5,5 tonnellate di metano all’ora, le emissioni di circa 1 milione di fuoristrada.
Secondo un’analisi satellitare dell’UCLA i “mega-leak” sono sparsi in tutto il mondo, con la top 25 dominata da Turkmenistan, Venezuela, Iran e USA.
Al momento dell’invio di questa newsletter, nell’aria danzano 433,50 ppm (parti per milione) di CO2.






