TAROKO
di Severino Antonelli. La vita a Taiwan, in una vivace situazione di stallo.
Il bnb è una casa al secondo piano in un vicolo pieno di monstere e di canne fumarie, a Ximending, centro di Taipei. Il signore che mi accoglie è simpatico, discreto; sul letto trovo una coperta di pile di Slam Dunk e un piccolo frigorifero pieno di bottigliette d’acqua. È il primo febbraio e fuori fanno 21 gradi.
Sono qui per la Taiwan International Book Exhibition (TiBE), che inizierà tra qualche giorno nel centro congressi alla base del Taipei 101, il grattacielo a forma di tronco di bambù che appariva in tutte le ricerche compulsive che ho fatto nelle settimane precedenti alla partenza. È la prima sera e non riesco a dormire, non capisco nemmeno se ho fame o no. Per una serie di coincidenze sarò in viaggio da solo per due mesi. Esco e in un bar conosco un tale Max Lawrence. Mentre mi racconta che è appena tornato da sei mesi in Corea, la montatura di metallo degli occhiali gli scivola in continuazione sul naso. Dentro il bar, oltre a noi due, ci sono solo gruppetti di ragazzi che mangiano carne grigliata e noodles in brodo. Max è lì per trovare una sua amica, la proprietaria del locale, una ragazza con i capelli corti che parla ad altissima voce e che vedrò qualche giorno dopo fare da buttadentro in una birreria nello stesso quartiere.
State leggendo il numero duecentoundici di MEDUSA, una newsletter a cura di Matteo De Giuli e Nicolò Porcelluzzi – in collaborazione con Not.
MEDUSA parla di cambiamenti climatici e culturali, di nuove scoperte e vecchie idee. Ogni due mercoledì.
La nostra homepage è medusanewsletter.substack.com. Ormai è un sito abbondante e navigabile, vi consigliamo di farci un giro. Se volete scriverci potete farlo qui: medusa.reply@gmail.com. Siamo anche su Instagram.
MEDUSA è gratuita, due volte al mese. Se vi piace quello che facciamo e volete supportarci, potete abbonarvi: potrete sbloccare così anche l’archivio dei numeri EXTRA. Qui tutti i dettagli:
La MEDUSA di oggi è un reportage di Severino Antonelli. Antonelli è nato a Roma e ha studiato a Bologna, Utrecht e Londra. Ha collaborato con FILL (Festival di Letteratura Italiana a Londra), con l’agenzia letteraria Andrew Nurneberg Associates e con alcune case editrici come Penguin e Profile Books. Ha lavorato come editor per Marsilio e Rizzoli. Dal 2025 si occupa della narrativa straniera di Feltrinelli. Ha tenuto corsi alla Scuola Holden e scrive per The Italian Review.
In questo numero leggerete di Taiwan e Travelogue, di enormi gole di marmo e ravioli fumanti, di operai delle cartiere e del rombo dei caccia.
Torniamo a TAROKO.
Max beve solo Negroni; la ragazza con cui stava in Corea lo ha lasciato da pochi giorni. Viaggia ininterrottamente da dopo il COVID. È originario di Northampton, dove aveva una casa e una fidanzata (un’altra, immagino). Non reggeva più la vita in Inghilterra (mi racconta di allucinazioni da ketamina troppo violente) e quindi ha deciso di puntare tutto sull’antica capacità degli anglosassoni di essere ovunque utili a sé stessi: insegna inglese online. Di solito si ferma per qualche mese in ogni città che visita (“never less than two months to smash up a little bit with locals”), e se non trova lavoro per qualche tempo cerca “another place”. Indica la ragazza dietro il bancone, che con aria condiscendente ma sempre urlando continua a ripetere: “I had saved him! I had saved him!”.
Taipei è il posto più semplice e divertente dove vivere in Asia, ma non si fermerà a lungo nemmeno questa volta. Vuole imparare il giapponese abbastanza bene da poter tradurre, mi dice sottovoce. Nel frattempo gli altri frequentatori del locale continuano a tirar fuori zuppe, noodles e ravioli fumanti, cotti al vapore e infilzati su lunghissimi spiedini. Ci siamo aggiunti su IG e ci siamo salutati.
Nel 2025 la fiera del libro di Taipei ha accolto 584.000 visitatori in sei giorni (più del doppio del Salone del Libro di Torino, per intenderci) a fronte di una popolazione di Taiwan di ventitré milioni, poco più di un terzo di quella italiana. Nel 2024, l’anno precedente al mio viaggio, un’autrice taiwanese, Yang Shuang-zi, ha vinto il National Book Award For Translated Fiction negli Stati Uniti. Nel 2026 si è aggiudicata anche l’International Booker Prize sempre con lo stesso libro, Taiwan Travelogue, un finto diario con una finta e complessa storia editoriale descritta nei finti apparati: il testo sarebbe stato pubblicato in giapponese nel 1954, ristampato nel 1970, tradotto nel 1977, autopubblicato di nuovo nel 1990 e ritradotto nel 2020 dall’autrice nella versione che leggiamo.
Nel 1938 una giovane donna di Nagasaki di nome Chizuko viene inviata nell’allora colonia giapponese di Formosa per conto del governo. Non essendo interessata a lavorare per l’Impero, decide di occuparsi della sua fame infinita provando tutti i piatti della cucina locale. La segue per farle da traduttrice nel suo viaggio intorno all’isola Chizuru, una coltissima donna di Taipei. Si innamorano, in qualche modo, ma l’amore non può durare a lungo tra chi parla e chi traduce; tra chi è di passaggio e chi rimane sempre nello stesso posto con in bocca le parole di altri, magari le parole di un oppressore.
Esco dal torpore dei primi giorni e inizio la fiera. Mi dimentico di Max Lawrence; dovevamo rivederci prima che io ripartissi per fare il giro dell’isola, ma non accade. Dopo un appuntamento di lavoro faccio amicizia con Michelle Kuo, che mi invita a cena con suo marito Albert. Michelle è taiwanese-americana, è cresciuta in Michigan, ha studiato a Harvard e ha lavorato come insegnante di sostegno in Arkansas. Dal rapporto con uno dei suoi studenti finito in carcere per omicidio ha tratto un memoir, Reading with Patrick, che più della sua storia tratta di altri libri e dei loro poteri magici quando arrivano in mano a chi è privato della libertà. Ha anche un Substack in inglese sulla vita a Taiwan di cui penso di aver letto tutti gli articoli.
Ci vediamo nel distretto di Daan, un quartiere ordinato e silenzioso a sud-est. Sono le uniche persone, tra quelle che ho incontrato, che sembrano interessate a parlare di politica, che a Taiwan vuol dire soprattutto parlare di Cina. Ho provato a intavolare il discorso anche con altri, ma il punto di arrivo era sempre lo stesso: non c’è alcun problema concreto. Lei e Albert si sono trasferiti a Taipei da qualche anno per lavoro e non hanno intenzione di tornare negli Stati Uniti, per adesso. Sono felici e convinti di essere lì come solo chi può scegliere liberamente dove vivere. Taiwan è un posto iperdinamico, che vuole decidere per sé, è solidale e plurale, mi ripetono. Mentre li saluto fuori dal ristorante, mi sembra che tutto quello che ho visto e consumato in questi pochi giorni (i soldi spesi dal Ministero della cultura taiwanese per farmi essere lì, Taiwan Travelogue, Michelle e Albert, lo stesso spettro notturno di Max Lawrence) voglia ripetermi con insistenza che Taiwan, che non conosco e di cui sapevo pochissimo fino a qualche mese prima, esiste.
Sto andando a Hualien in primo luogo per visitare la gola di Taroko, il parco nazionale più famoso dell’isola. Mentre ci avviciniamo alla destinazione la vedo aprirsi dal finestrino del treno. Si nasconde tra le montagne che emergono dove la placca tettonica delle Filippine spinge su quella Euroasiatica. Sono montagne nuove, dove il calcare dei fondi marini ha tirato su un milione di anni alla volta la più grande gola di marmo del mondo. Il fiume Liwu ha tagliato nel calcare e nel marmo tre canyon. Fino al Santuario buddista dell’Eterna Primavera e fin dove ci si può spingere nell’entroterra con le mulattiere rimaste aperte, tutto è verde e cristallino. A valle, prima di arrivare alle spiagge oceaniche di Hualien, il fiume è diventato grigio, lattiginoso, quasi solido.
Sul treno incontro una delegazione di operai di una cartiera. Sono in viaggio verso Hualien per scioperare. Sono tutti indonesiani; il delegato che è con loro ha preso per sbaglio il mio posto vicino al finestrino e approfittando della sua gentilezza gli chiedo il motivo della protesta. “More money”. Non aggiunge altro e mi sorride. È a Taiwan da qualche anno e si è preso la briga di fare da rappresentante del gruppo di suoi connazionali perché è il più istruito. A metà del viaggio tirano fuori dagli zaini tutti lo stesso contenitore di plastica usa e getta con riso bianco e pollo a pezzi. “Indonesian food”, dice il delegato. È il più grasso di tutti e l’unico che prova a parlarmi in inglese.
In un articolo del 1959 il New York Times descrive così quel tratto di costa:
Prima della guerra [la Seconda, ndr], la costa orientale era scarsamente popolata da cinesi e dagli abitanti delle colline appena usciti dalla barbarie dei cacciatori di teste. Durante la guerra i giapponesi utilizzarono Hwalien [sic] come base; rifugi simili a igloo per gli aerei dei kamikaze costellano ancora oggi la campagna. In città, molti degli edifici costruiti dai prigionieri di guerra americani e di altre nazionalità sono ancora in piedi.
Nel 2021, dopo anni di investimenti, il Parco nazionale della Taroko Gorge ha raggiunto il record di 2,44 milioni di visitatori l’anno. Poi, nell’aprile del 2024 un terremoto di magnitudo 7.3 ha distrutto buona parte della valle, che era tornata accessibile per un breve tratto solo pochi mesi prima. Nel 2025 i visitatori sono scesi a circa seicentomila. L’impatto del terremoto sull’economia turistica della regione ha lasciato senza lavoro guide, albergatori e ristoratori. Chi ha cercato di tornare a un impiego più sicuro nelle cartiere locali ha trovato altre difficoltà, altri volti.
A Hualien piove e non sembra ci sia molto da fare, per fortuna. Mentre leggo al caffè Fiore, un minuscolo locale munito di due gatti imprescindibili all’arredamento, si sente il rombo dei caccia della RoCAF, le forze aeree della Repubblica di Cina. Arrivano dal mare, il rumore cresce fino a far vibrare i vetri e poi svanisce verso l’interno. Nessuno alza la testa. La ragazza dietro il bancone continua a preparare il mio specialty coffe; una coppia di studenti corregge degli esercizi; uno dei gatti dorme sulla libreria.
Il secondo giorno nel mio ostello (“mio” perché la proprietaria mi ha lasciato le chiavi e se n’è andata; tranne me, nelle quattro camerate, non c’è nessuno) compare Andy. È giovanissimo, porta gli occhiali e parla un inglese prudente ma preciso. Mi spiega che è venuto lì da Taipei per fare l’esame della patente di guida. Quando gli dico che sono italiano vuole sapere come funzionano gli esami per la patente in Europa. Visto che siamo entrambi soli e senza impegni decidiamo di andare a mangiare al mercato all’aperto in centro città. Mi consiglia di provare una salsiccia locale fatta con il maiale e le uova di pesce volante. Lui ordina un corndog surgelato.
Andy è nato qui e non ha mai lasciato Taiwan. Mi dice che gli piacerebbe visitare il Giappone, forse la Corea, ma che per il momento non è una priorità. Vive con i genitori e non sente particolare bisogno di andare altrove. Dopo giorni passati con editori, traduttori, accademici e viaggiatori professionisti, la sua immobilità mi sembra rassicurante.
Parliamo della Cina. Anche Andy scrolla le spalle. Non perché il problema non esista, ma perché esiste da sempre. Le esercitazioni militari, i jet che passano anche in quel momento sulla nostra testa, le dichiarazioni aggressive di Pechino: tutto questo fa parte del paesaggio quanto le montagne e il mare. Gli chiedo se abbia paura di una guerra. Ci pensa per qualche secondo e poi risponde: “If it happens, yes”. Anche con lui ci scambiamo il contatto via Instagram. Il giorno dopo, quando mi sveglio, è già andato via.
A un anno di distanza dal mio viaggio scrivo ad Andy su Line, l’app di messaggistica che avevo ancora installata sul cellulare. Gli chiedo com’è andato l’esame della patente (tutto bene) e che cosa ne pensa degli avvenimenti geopolitici dell’ultimo anno. Non gli chiedo di nessuna guerra nello specifico. “i think a war or invasion is not an important part of life. and I am personally not afraid of that”.
Alla fine di Perché Taiwan conta, il sinologo e ex diplomatico Kerry Brown fa un esercizio mentale. Immagina il futuro presidente degli Stati Uniti (un ipotetico senatore Brownlow) che nel 2029 decide di prendere Taiwan come alleato principale nella “lotta all’autoritarismo” e riconoscerne ufficialmente l’indipendenza. La Cina impallidisce e alza gli occhi al cielo: è venuto il momento di intervenire e risolvere una volta per tutte il problema. Nelle pagine successive Brown cerca di capire come sarebbe una guerra nello stretto. L’ultimo sbarco anfibio sull’isola risale al 1683, quando le navi della dinastia Qing sbarcarono sulle coste occidentali dell’isola di Formosa. Non ci sono precedenti. Anche se alcune delle guerre di oggi (l’invasione in Ucraina, il genocidio palestinese e l’occupazione del Libano) sono più vicine alla truculenza lenta e caotica della Prima guerra mondiale che a un ipotetico blitzkrieg, dove tutto è veloce e coordinato, sarebbe comunque una guerra mondiale. Che non succeda niente tra la Cina e gli Stati Uniti, in quello scenario, è improbabile. Se però le persone che ho incontrato (un expat di passaggio, una coppia che ha scelto l’isola come suo paese di elezione, un ragazzo che non ha mai visto altro se non l’isola in cui è nato) non hanno praticamente mai fatto menzione della possibilità che il loro mondo scomparisse, devo forse abbandonarmi al beneficio del dubbio: la loro non è diniego, o una svista, ma solo un’estrema forma di buonsenso.
In fin dei conti, lo stesso Brown conclude che l’idea stessa di Taiwan si regge su un paradosso, ovvero quello di restare un paese libero solo fino a quando tutto porterà a una “strenua difesa dell’attuale situazione di stallo”.
Una sola azienda taiwanese su un’isola grande come la Lombardia domina l’industria più strategica del pianeta. TSMC controlla il 54% del mercato globale dei semiconduttori avanzati, il 90% di quelli a 3 nanometri.
Il 20,7% del PIL di Taiwan viene dal settore dei semiconduttori (2024), con TSMC che da sola incide per l’8,9%.
La Cina dipende da Taiwan per oltre il 90% dei suoi semiconduttori.
Al momento dell’invio di questa newsletter, nell’aria danzano 431,33 ppm (parti per milione) di CO2.






