STUPIDI
di Matteo De Giuli. La nostra attenzione è sparita, e al suo posto non è rimasto niente.
Benvenuti, questo è il numero centonavantadue di MEDUSA, una newsletter a cura di Matteo De Giuli e Nicolò Porcelluzzi – in collaborazione con Not.
MEDUSA parla di cambiamenti climatici e culturali, di nuove scoperte e vecchie idee. Ogni due mercoledì.
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In questo numero leggerete di nebbia e di mente, di USA e letteratura, di infinito e di Facebook, di Borges e Orione.
Nell’agosto del 2008, sull’Atlantic comparve un saggio di Nicholas Carr. Per titolo aveva una domanda provocatoria, Is Google Making Us Stupid?, ma non fu quello a garantirgli la notorietà. L’articolo mise in moto il primo grande dibattito sui cambiamenti psicologici e culturali che il trasloco delle vite umane nella sfera digitale stava portando con sé. Cosa stava accadendo alle nostre menti, alle nostre abitudini, al nostro modo di pensare? Scriveva Carr:
Da qualche anno ho la brutta sensazione che qualcuno o qualcosa mi abbia manomesso il cervello, scombinando i miei circuiti neuronali e riprogrammando la mia memoria. La mia mente non se ne sta andando, ma di certo sta cambiando. Non penso più come prima.
Nel pezzo la parola smartphone non appare mai: la seconda generazione di iPhone, appena commercializzata, rimaneva un gingillo per pochi. Carr non parla neanche di social network: Twitter doveva ancora esplodere sul serio e Facebook era poco più di una paginetta in cui mostrare i propri gusti personali o condividere qualche pensierino in terza persona. Solo da pochi mesi le vendite dei computer portatili avevano superato per la prima volta quelle dei PC fissi. Quando Carr parla di Google intende tutta Internet, e quello che ha in mente è un desktop piazzato su una scrivania di casa, con la torretta sotto al tavolo e i cavi nascosti dietro.
Mettiamo il saggio di Carr a fianco a uno scritto più recente. My brain finally broke di Jia Tolentino è stato pubblicato sul New Yorker a maggio di quest’anno, e racconta la nebbia cognitiva in cui l’autrice è precipitata a causa dell’iperstimolazione algoritmica di notifiche, news atroci e consigli per gli acquisti che ci esplodono in faccia a ogni ora della nostra vita cosciente. Inizia così:
Ultimamente avverto una sorta di opacità inquietante nel mio cervello, come se la realtà stesse diventando illeggibile, come se il linguaggio fosse un vaso con dei buchi sul fondo e il significato si stesse riversando sul pavimento.
Sembra lo stesso articolo, ma sono passati diciassette anni. Non so se il pezzo di Carr possa davvero essere considerato profetico. Di sicuro viene voglia di tornare indietro nel tempo e chiedere ai noi stessi di allora perché non lo stiamo prendendo sul serio. Un altro passaggio dal 2008:
Quanto più veloce è la navigazione nel web, tanto più aumentano per Google e per le altre aziende le opportunità di raccogliere informazioni su di noi e di proporci annunci pubblicitari. Quasi tutte le imprese presenti in rete sono interessate a raccogliere le briciole di dati che ci lasciamo dietro quando passiamo da un link all’altro: più briciole ci sono e meglio è. L’ultima cosa che vogliono è incoraggiare una lettura distesa, un pensiero lento e concentrato. Anzi, hanno tutto l’interesse a disperdere la nostra attenzione.
Mi immagino Carr disteso sul divano di casa sua, che prova a riprendere in mano un romanzo lasciato a metà. Non ci riesce, perché il PC lo tenta con il suo luccichio cangiante, come la sferetta dell’Aleph di Borges, “di quasi intollerabile fulgore”. La promessa muta di quel monitor ancora senza notifiche è già destabilizzante: su Internet ti arrivano email a ogni ora, puoi raggiungere chiunque, puoi distrarti nelle maniere più fantasiose o aggiornarti su quello che succede nel mondo istante per istante. Puoi sbirciare l’eternità e sentire, come il protagonista del racconto di Borges, “infinita venerazione” e “infinita pena”. (D’altra parte l’Aleph, “il luogo dove si trovano, senza confondersi, tutti i luoghi della terra, visti da tutti gli angoli”, sembra proprio Internet prima di Internet – non sono io il primo a notarlo). L’online era già un’entità inebriante e spaventosa prima che facesse il definitivo salto di specie, quando cioè non si era ancora infilato nelle nostre tasche pretendendo la nostra continua e inveterata dedizione.
Una cosa che colpisce è la prudenza – e a volte la piena opposizione – con cui il pezzo di Carr venne accolto. Internazionale, che lo tradusse nel 2008, e gli dedicò pure la copertina (numero 751), accompagnò però l’articolo con due box di commento che cercavano immediatamente di ricontestualizzarlo. Lo criticavano apertamente, anzi, e offrivano la loro visione entusiasta dei cambiamenti a cui saremmo andati incontro:
1. La rete aiuta l’intelligenza. Secondo Kevin Kelly, le preoccupazioni di Nicholas Carr sugli effetti delle nuove tecnologie sono infondate – Kevin Kelly, tecnottimista radicale, è stato uno dei fondatori della rivista Wired.
2. Una conclusione sbagliata. L’uso di Google non è una fonte di stupidità. La rete offre alle persone maggiori stimoli e nuove possibilità – editoriale firmato da Stowe Boyd, esperto di tecnologie collaborative e di social networking.
Dal punto di vista scientifico Is Google Making Us Stupid? aveva effettivamente delle lacune, erano intuizioni poco rigorose. Carr corse ai ripari qualche tempo dopo quando ampliò l’articolo per ricavarne un libro. Ma molti ricercatori ed esperti continuarono a lamentare comunque una ricostruzione capziosa delle cose, e ci rassicurarono allora che il nostro cervello si sarebbe certamente riadattato al nuovo ecosistema. Ci spiegarono che non si potevano etichettare come puramente positivi o negativi i cambiamenti cognitivi portati dal digitale. E che se l’impatto di questi cambiamenti sulla capacità di analisi delle persone era in effetti preoccupante, la natura e la cultura insieme avrebbero alla fine trovato il modo per farci riassorbire il colpo. Già nel 2010, però, un pezzo del Post che tirava le fila di due anni di dibattito, e analizzava le ricerche uscite prima e dopo l’articolo, non riusciva a levigare più di tanto il disfattismo dell’intuizione di Carr: Google ci rende un po’ stupidi, titolava.
Tolentino scrive che il telefono oggi ci divora il tempo, “ci fa vivere come all'interno di un casinò, calando una tenda oscurante sulle finestre per bloccare il mondo esterno, solo che la tenda oscurante è uno schermo, che mostra troppo del mondo, troppo in fretta”. Mettendo uno accanto all’altro questi due articoli sembra di vedere le piastre di una coltura batterica in diverse fasi di crescita. Quello che nel 2008 era solo una possibilità di sviluppo, e la più cupa, di uno strumento eccitante e impetuoso, nel 2025 è una realtà asfissiante che ha preso il sopravvento colonizzando tutto lo spazio possibile.
Ovviamente il problema non è il mezzo di per sé ma la modalità di consumo – che però è stata saldamente integrata al mezzo. Il modo in cui usiamo la tecnologia digitale oggi richiede – e quindi crea – un cervello meno capace di concentrazione e introspezione, meno disponibile al pensiero complesso. Assistiamo impotenti a due anni di assedio genocida di Israele a Gaza tra un video di gattini, un gol, la foto di un tipo o una tipa che ci piace e la ricetta di un piatto leggero pronto in cinque minuti. Andiamo in sovraccarico cognitivo, sempre meno capaci di reagire alle atrocità che ci vengono proposte in quel flusso.
Ma tutto questo lo sappiamo da anni, ed è stato già ampiamente raccontato. Sappiamo pure di chi è la colpa. Un manipolo di persone ha capito come inserirsi nei meccanismi neuropsicologici delle nostre menti per drenarne energia e trarne profitto. Il progetto, chiaro sin dall’inizio, era distruggere la nostra capacità di attenzione, farci rimanere attaccati ai nostri dispositivi, non farci uscire dal sito o dall’app, controllarci e farci spendere. Lo hanno fatto perché potevano.
So che sto ignorando molte sfumature. Forse agli occhi di qualcuno un discorso portato avanti in questo modo è l’equivalente di uno stencil di Banksy, dove i cattivi sono tutti spietati e i buoni puri di cuore. Forse dovrei aggiungere anche io dei box per correggere il tiro, ammettere che Internet è una preziosa biblioteca accessibile praticamente a tutti, ovunque e in ogni momento, che permette la condivisione del sapere, la collaborazione e l’affetto tra persone lontane, e l’accesso più o meno libero alla conoscenza. Dovrei dire chiaro e tondo che, al di fuori degli avidi tentacoli dell’algoritmo, ci sono linguaggi e culture online di cui sono felice di nutrirmi, e strumenti digitali a cui non potrei mai rinunciare.
Lo scorso novembre l’Atlantic ha pubblicato un articolo basato su una trentina di interviste a professori universitari sulle abitudini di lettura dei loro studenti. Persino nei college d’élite, molti non riescono più a leggere un romanzo dall’inizio alla fine. L’articolo parla genericamente di books, ma negli esempi citati si tratta quasi sempre di opere letterarie. Il fatto è che questi studenti non sono mai stati abituati alla lettura profonda, e prima di entrare all’università, a scuola, hanno incontrato perlopiù estratti brevi, schede, testi funzionali – il frutto di una didattica che ha provato ad adattarsi ai tempi, accelerare, semplificare. Il sistema educativo, lì come qui, predilige ormai la quantità alla qualità, la misurabilità alla profondità, la funzione pratica al tentativo di scavo. Così la lettura frammentata è diventata la sola forma di lettura possibile. Non è che la GenZ sia meno intelligente o meno curiosa delle generazioni precedenti. È che non ha mai imparato a dare valore alla lettura. L’ecosistema in cui è cresciuta – scuola e social insieme – non prevedeva ossigeno per questa pratica.
Cerco di parlare di temi per me fondamentali senza farmi trasportare, evitando di trasformare il discorso in un sermone o una pubblicità progresso. Non siamo nati per leggere; il nostro cervello si è adattato, ha piegato circuiti creati per altri scopi, costruendo in pochi secoli un’abilità che ha cambiato radicalmente la nostra capacità di pensiero. La lettura “superficiale”, veloce, funzionale – la lettura di status e didascalie e sottotitoli di reel – scivola su parole e dati senza soffermarsi. La lettura “profonda” richiede tempo e attenzione. Nella seconda, il cervello attiva una rete di connessioni che porta a inferenze e deduzioni. Leggere un romanzo, guardare un film, ascoltare un album per intero, sono attività che allenano ad abitare una forma aliena. Ci obbligano a esercitare memoria e immaginazione, a tenere insieme più livelli di senso, a sospendere l’immediatezza della risposta per sostituirla con il dubbio. È in questa sospensione – dicono per esempio educatori come Maryanne Wolf – che maturano capacità come il pensiero critico, o la comprensione artistica. Ed è questo lo spazio mentale che la GenZ frequenta sempre meno. “Forse i giovani stanno semplicemente rispondendo a un messaggio culturale: i libri non sono poi così importanti”, dice l'Atlantic. Provate a scrivere un romanzo dopo che questa consapevolezza ha iniziato a ronzarvi in testa.
Quando faccio discorsi del genere più che un vecchio moralista mi sembra di essere un bambino a cui hanno strappato di mano la macchinina. Sento che qualcuno mi ha tolto la terra sotto i piedi. Romanzi, film e musica sono tra le cose a cui tengo di più, e stanno diventando ininfluenti soltanto perché a voi che dominate il mondo piacevano altri giocattoli. È per questo che piango.
Un articolo su DAZED presenta il caso di una manciata di ragazzi appassionati di musica che hanno scelto di abbandonarla. Ci sono decine di racconti simili in giro. Anche l’ascolto profondo è diventato un miraggio, e la musica nell’era dello streaming è un perpetuo e soverchiante rumore di fondo, guidato dagli algoritmi e dalla compulsione, da playlist automatiche e senza fine, e dalla scarica zuccherina dei refrain di 10 secondi mandati a 2x sotto i video di TikTok. Meglio spegnerla del tutto che provare a seguirla.
Il problema è proprio che la cultura, sotto l’incantesimo dell’algoritmo, è stata costretta a farsi “content”, e così i GenZ hanno conosciuto l’arte solo come uno dei tanti rami dell’albero dei contenuti che ora alcuni di loro vogliono abbattere.
Alcuni interpretano questo ritorno all’astinenza e all’autocontrollo come un segno del silenzioso scivolamento della Generazione Z verso il conservatorismo. Articoli su articoli sono stati scritti collegando l’ossessione della Gen Z per l’auto-ottimizzazione, la cultura del fitness e il minimalismo digitale, all’ideologia di destra. In uno dei suoi più recenti saggi su Substack, [la scrittrice e attivista tecnologica August] Lamm racconta di essersi resa conto che alcuni aspetti del suo attivismo anti-tecnologico sono in realtà conservatori. Lo ha scoperto partecipando a una conferenza organizzata dall’Alliance for Responsible Citizenship, organizzazione di destra cofondata da Jordan Peterson. Lamm aveva programmato di partecipare per scrivere un pezzo critico, ma si è trovata a volte in accordo con alcuni dei relatori. Uno in particolare citava la filosofa francese Simone Weil: “L’attenzione è la forma più rara e pura di generosità”. Lamm ha concluso che sia il conservatorismo sia l’attivismo anti-tecnologico condividono il desiderio di tornare a “un’epoca precedente, superiore”.
Ed ecco il cortocircuito finale. In risposta all’eccesso di notifiche e alla logica del consumo passivo, negli Stati Uniti sta crescendo una nuova cultura della moderazione che rifiuta l’inflazione di stimoli e spinge verso minimalismo digitale, sobrietà, astinenza. L’energia di ribellione che poteva diventare collettiva si dissolve così in manutenzione privata e conservatorismo. Il detox diventa una trappola ideologica di cui la destra estrema si sta già impossessando.
Continuo a leggere e a informarmi su questi argomenti sulle riviste statunitensi, osservando da lontano l’impero marcio e traballante di cui restiamo una provincia fedele. Com’è sempre accaduto, finiamo per ereditare da loro i vizi più perniciosi in un contagio lento ma ancora inesorabile. La nebbia cognitiva di Tolentino, ad esempio, oggi mi sembra esagerata: scrive che la confusione in cui vive la porta a volte a non essere sicura del significato delle parole che pronuncia. Eppure sono sicuro che prima o poi succederà anche a me. Il mio screen time è poco più della metà di quello di un americano medio. Il futuro mi spingerà a raddoppiare queste ore di compulsione che già fatico a sopportare?
Ricordo una sera, sarà stato il 2010. Eravamo a bere al tavolino di un bar, e uno del gruppo, senza dire niente, tirò fuori il telefono, aprì Facebook e cominciò a scorrere. Non so neanche se allora si dicesse già scrollare. Ci guardammo l’un l’altro, increduli. Se nessuno disse niente fu solo per non metterlo in ulteriore imbarazzo. La mia ragazza dell’epoca era lì, e nei giorni seguenti non parlammo d’altro. Ci sembrava umiliante che quel ragazzo avesse deciso di sparire nel mezzo di una conversazione, davanti a tutti. Per guardare cosa poi? Aveva bisogno di aiuto, era il segno di una depressione che avevamo già intuito. Poco dopo incontrai un amico che viveva in California, gli raccontai la scena e lui mi guardò senza capire. Non vedeva dove fosse lo scandalo. Mi disse soltanto, senza cattiveria: non capisco cosa mi stai raccontando. Nel giro di poco, non lo avrei più capito neanch’io.
Immagini da "Escape Spirit VideoSlime" di Takeshi Murata.
Quest'estate, usando osservazioni combinate del James Webb Space Telescope (JWST) e dell’Atacama Large Millimeter/submillimeter Array (ALMA) in Cile, un team di ricerca internazionale ha intravisto i primissimi momenti della formazione planetaria attorno alla protostella HOPS-315, situata in una gigantesca regione di formazione stellare a circa 1.400 anni luce di distanza, nella costellazione di Orione.
Con una massa pari a 0,6 volte quella del Sole, HOPS-315 dovrebbe un giorno crescere fino a diventare una stella molto simile alla nostra.
È la prima volta che gli astronomi assistono alla nascita di un sistema solare alieno.
Al momento dell’invio di questa newsletter, nell’aria danzano 423,92 ppm (parti per milione) di CO2.







Bellissimo questo pezzo!