SGRETOLARE
di Alessandra Castellazzi. Come si può raccontare l’epica famigliare, di qualsiasi famiglia, superando le scocciature del tempo e dello spazio? Un’analisi della ricerca letteraria di Irene Solà.
Benvenuti, questo è il numero centosettantacinque di MEDUSA, una newsletter a cura di Matteo De Giuli e Nicolò Porcelluzzi – in collaborazione con Not.
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Oggi ospitiamo un pezzo di Alessandra Castellazzi, scrittrice, traduttrice e editor di Not, che racconta l’opera di Irene Solà, scrittrice catalana classe 1990 che con il suo ultimo romanzo (Ti ho dato gli occhi e hai guardato le tenebre) ha raccolto un certo interesse anche nel nostro paese.
In chiusura l’unica certezza: i numeri della CABALA.
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In questo numero leggerete di poeti che cantano e montagne che ballano, di trombette e stregonerie, vermi e marciume.
Quest’estate dopo tanto tempo sono tornata a leggere una saga di famiglia. Certo è riduttivo descrivere così Sopra eroi e tombe di Ernesto Sabato, un romanzo gigantesco che racconta l’amore travagliato tra Martín e Alejandra, lui un giovane che si arrabatta saltando da un lavoro all’altro, lei l’ultima discendente di una famiglia nobiliare decaduta in cui serpeggia la follia; ma che contiene un bel pezzo di storia dell’Argentina, delle sue migrazioni, e il tentativo di definire un’ineffabile “argentinità”. Nel libro c’è anche spazio per l’epica delle conquiste nazionali, per le vicende di generali e condottieri; per i pellegrinaggi notturni, sonnambuli, nella Buenos Aires degli anni Cinquanta; per l’allucinato resoconto dell’ossessione di Ferdinando, il padre di Alejandra, convinto dell’esistenza di una congiura ordita dai ciechi contro il mondo – e contro di lui in particolare.
Al centro di questo cosmo, un centro con la gravità divorante di un buco nero, c’è la famiglia Olmos, residente in una vecchia dimora elegante e maledetta che svetta come una cattedrale in rovina nel quartiere un tempo ricco e verdeggiante di Barracas, ora circondata da fabbriche e capannoni, e popolata dai personaggi più disparati: lo zio che suona il clarinetto senza sosta, il nonno perso in un passato militare, l’immancabile ombra di una matta in soffitta. C’è la fascinazione per un sangue “malato” che si tramanda e moltiplica fino a traboccare dalla famiglia e propagarsi in un’intera città, un Paese.
La narrazione di Sopra eroi e tombe è instabile, pericolosa. Forse per questo sono riluttante a definirla una saga familiare. Nel tempo mi è rimasta incollata un’idea di “romanzi di famiglia” asfittica e preordinata, tesa a un unico destino: il susseguirsi delle generazioni, il balletto di matrimoni, tradimenti, divorzi ed eredità. Un genere che mi sembra aver perso la propria forza nel Novecento.
Eppure ultimamente non mancano i romanzi che sperimentano sul tema, che spostano l’attenzione dalla famiglia di sangue ad altri generi di famiglie, che “generano parentele” nella narrazione ma al tempo stesso perseguono un’idea di continuazione, di ereditarietà, un tramandare. Solo nell’ultimo anno mi vengono in mente la comune lucana di donne selvatiche e briganti che appare nella prima parte di Missitalia di Claudia Durastanti, o le discendenze extraumane ed extra-terrestri in L’abolizione delle specie di Dietmar Dath (che abbiamo pubblicato con Not).
Però mi chiedo – e me lo chiedo in generale quando si discute di romanzo contemporaneo, e di cosa significhi: oltre a rappresentare qualcosa di diverso, a contemporaneizzare il contenuto, come si può introdurre una dissonanza nella forma? Sabotare la lingua e la struttura del romanzo (nato in fin dei conti come genere borghese, e quindi intrinsecamente famigliare), scombinare le coordinate, per rappresentare in modo contemporaneo qualcosa che a prima vista non lo è?
E qui arrivo a Irene Solà, autrice catalana di stanza a Londra, che mi ha fatto capire, leggendola, come si possa sfilacciare il racconto di una famiglia, allargarlo oltre gli umori e le vicissitudini umane per incorporare non solo i mutamenti della Storia, ma anche il percorso capriccioso di un temporale, gli spiriti dei morti e gli improvvisi cambi di rotta decisi dalla mano esterna e volubile del caso, più prosaica di quella del potere secolare o divino.
Il suo primo romanzo, Io canto e la montagna balla, pubblicato nel 2020 da Blackie nella traduzione di Stefania Maria Ciminelli, dalle premesse sembra uscito dritto dal Novecento. La narrazione si concentra sugli abitanti di Matavaques (“una casa là vicino, arrampicata lungo il pendio, sopra a un fiume che doveva essere freddo perché si nascondeva tra gli alberi. […] due mucche, qualche maiale e alcune galline, un cane e due gatti randagi, una moglie, due bambini e un vecchio”) e attinge ampiamente dai racconti rurali e folkloristici dei Pirenei. Più che ballare, però, si potrebbe dire che la montagna parla: e questo è il suo racconto.
Piegare lo spazio
Il primo personaggio a prendere voce è il temporale: “Arrivammo con le pance piene. Doloranti. Il ventre nero, carico di acqua fredda e scura, di lampi e tuoni. […] Raschiavamo la roccia sulle cime, come sale, perché non spuntasse neanche la malerba. Sceglievamo il colore delle pendici e dei campi, e la brillantezza dei fiumi e degli occhi che guardano in alto”.
Le nuvole scaricano il primo fulmine, poi dei goccioloni di pioggia che sorprendono Doménec, il padre e poeta di Matavaques, andato a comporre versi ad alta voce sul pendio della montagna. “In quel momento facemmo cadere il secondo fulmine. Rapido come un serpente. Arrabbiato. Aperto come una ragnatela. I fulmini vanno dove vogliono, come l’acqua e le valanghe, gli insetti e le gazze, attratti da tutto ciò che è bello e che brilla. […] I fulmini si infilano dove vogliono, e il secondo fulmine si infilò nella testa di Domènec”. Si infila nel suo cuore, sotto i vestiti, si allarga su ogni centimetro di pelle, e lo uccide.
Succede. Per il temporale è indifferente, e non è nemmeno l’eventualità peggiore: “Una volta piovemmo rane e un’altra volta pesci”.
Poi prendono la parola quattro donne condannate a morte per stregoneria, per aver curato febbri e dolori con medicinali fatti in casa, che però si ostinano a continuare a camminare sulla montagna (per loro il vero dispetto a Dio è “alzarci ogni mattina dopo essere state impiccate e raccogliere fiori e mangiare more”). Quindi parla Siò, la vedova di Domenéc; parlano le trombette, i funghi che aspettano trepidanti la pioggia (“Mmmmmmmm, dicevano, mmmmmm. La pioggia tiepida. La pioggia piccola e quella grossa”); un capriolo; Hilari, il figlio del poeta a sua volta poeta (suo è il verso “Io canto e la montagna balla”); e, correndo avanti e indietro nel tempo su quel pezzo di confine tra Spagna e Francia, parlano i fuggitivi dopo la vittoria di Franco e l’ultima superstite del Matavaques, Mia, ormai quasi anziana. Parla la terra stessa, attraverso i disegni dei movimenti tettonici.
In un’intervista, Solà descrive l’impalcatura del romanzo in questi termini: “Una montagna di voci, ma tra queste voci c’è la storia di una famiglia che scorre come un fiume. E quel fiume ogni tanto ti appare da vicino, ogni tanto in lontananza, aguzzando la vista, ogni tanto ne senti solo il suono”.
In Io canto e la montagna balla, Solà sgretola lo spazio della “terra natia”, e così racconta una famiglia attraverso le sue generazioni, le sue eredità, dando la stessa importanza ai sassi su cui hanno camminato un figlio e un esule di guerra, al sentiero percorso dai cacciatori e dagli spiriti delle donne uccise per stregoneria, al placido fungo e allo spaventato capriolo, tutto interconnesso. Stanno sullo stesso piano chi in quella terra ci vive da decenni e chi la percorre a passo rapido, in un gioco di prospettive tra il grande e il piccolo che ridimensiona la storia del nucleo famigliare. E che cosa diventa una vita (umana, dell’arco di anni; fungina, di settimane; di una nuvola, di poche ore), finita presto o tardi, in tragedia o serenità, davanti alla granitica età della montagna?
Piegare il tempo
Nel suo primo libro Irene Solà altera la percezione dello spazio e di conseguenza del tempo: lo frantuma, lo allunga, lo addensa nelle tracce stratificate della terra. È nel suo secondo romanzo, però, Ti ho dato gli occhi e hai guardato le tenebre (uscito per Mondadori l’anno scorso, nella felice traduzione di Amaranta Sbardella – e non era facile) che l’alterazione della cronologia diventa centrale. Stravolgendo la linearità degli avvenimenti, Solà scardina il racconto di una famiglia matriarcale, segnata dalla scelta della capostipite, Joana, che in un passato indefinito stringe – e poi infrange – un patto con il diavolo. Joana aveva chiesto al demonio un uomo intero e invece riceve uno sposo a cui manca un mignolo. Grazie a questa astuzia riesce a tenersi la casa, l’uomo, l’anima, ma a tutta la sua discendenza difetterà qualcosa. Nasceranno figli e figlie senza ciglia, senza lingua, senza un quarto di cuore.
L’azione si svolge nell’arco di un solo giorno. È il giorno in cui infine morirà Bernardeta, così vecchia che nessuno, nemmeno lei, ricorda più quanti anni ha. La veglia inizia all’alba:
“L’oscurità era livida e inquieta, opaca, granata e insieme azzurra, vibrante, screziata, densa, cieca, profonda e al contempo brillante. Era infestata di vermi, di rami, di tremori, di vene, di chiazze. Indistinguibili, le macchie erano le pareti rigonfie di una stanza, il soffitto, un letto, un comodino, un canterano, una porta e una finestra. […] Bernardeta aveva gli occhi chiusi, le palpebre da lucertola, senza ciglia, la bocca aperta, le labbra madide e lilla, e i capelli unti e lunghi, sparsi sul cuscino. Era brutta. Così almeno pensava l’altra donna, Margarida, che le stava accanto su una sedia di vimini e si girava i pollici con le mani in grembo”.
Nella stessa giornata tutte le donne che hanno vissuto nel Mas Clavell sono presenti con lei, aspettano con lei la fine preparando un sontuoso pasto; riunite si osservano e si parlano a distanza, ognuna dalla propria epoca. I fantasmi iper-carnali, materiali, terrigni convivono con le discendenti in carne e ossa che ancora abitano la casa di famiglia. Raccontano, ricordano e rinfacciano le storie delle proprie vite alle altre, mentre ammazzano un capretto per la grande veglia funebre che le aspetta, preparano la trippa, la coratella, le frittelle di sangue, il brasato. Le donne del passato con le mani in pentola osservano sospettose e senza capirli i ronzii del microonde e i piccoli schermi luminosi dei cellulari, le auto che parcheggiano nel piazzale davanti alla casa. Tutte loro hanno incontrato il diavolo nella vita, l’hanno amato o detestato, conosciuto in forme diverse a seconda dell’epoca.
Per Joana era un toro, l’ha visto apparire tra gli alberi: “Prima gli occhi. Perché scintillavano. Dopo una macchia, che era il collo tozzo e la gobba e la schiena. Quindi il toro. Perché era un toro. Imponente. Nerissimo come la cosa più nera. […] Così scuro che la notte, al confronto, sembrava chiara. E si avvicinava. Il manto gli brillava come fosse stato acqua. Alitava, e puzzava, come se l’acqua fosse sporca e stagnante. Era una puzza viva, che pungeva”.
Per Margarida, che lo temeva, era un caprone: “Il [suo] petto si contorse come un nido di serpi, e le arrivò al naso una zaffata di parti basse, di piedi, di marciume, di decadenza e di capra”. Per Bernardeta, che l’ha amato più di tutte, era una creatura cangiante, “gli accarezzava i baffi da gatta, la pancia con otto capezzoli, gli zoccoli, il petto da donna, le corna, il collo venato, le mammelle da capra”.
In Ti ho dato gli occhi e hai guardato le tenebre, Solà riesce in un’impresa difficilissima e paradossale. Raccontare il susseguirsi delle generazioni annullando l’avanzare del tempo, piegandolo a un patto eterno. In questa simultaneità, in questa piatta superficie di una durata che resta presente, si aprono delle pozze di tempo con una loro profondità, una loro cronologia. Serve un’abilità narrativa incredibile per far coesistere un’intera discendenza, in una casa, in un angolo di mondo, senza arrivare al collasso. E anche in questo caso, la terra è partecipe.
In una pagina che vale la pena di riportare per intero, Margarida chiede agli alberi e agli sterpi, alle cime e alle valli, di ingoiare il Mas Clavell, confondere il tempo che passa e allontanarlo da lì:
Margarida si aggirava sbraitando ai noccioli, alle betulle, ai farinelli, alle querce, ai lecci, ai rovi e alle malve, perché inghiottissero i terreni dissodati, i terrazzamenti, i gradoni, i sentieri, le scorciatoie. Tutto meno quel pezzetto di casa e quello scampolo d’orto. E la notte li sentivano, gli alberi obbedienti, che crepitavano e le cingevano, che mangiucchiavano i percorsi e le scorciatoie, che si infittivano, si addossavano e si rivestivano di rovi stringendosi le mani. Le valli e i declivi stridevano, all’alba, richiudendosi su di loro. Gli orridi e le pianure scoppiettavano. Le fonti e i torrenti si moltiplicavano. La nebbia si alzava bisbigliando, mattine e mattine senza concedere mai tregua, e le avviluppava con tale premura che spesso il sole tramontava e lei non si era ancora dispersa. Le custodirono e occultarono con tale avidità, tutti insieme, che non soltanto quel casolare caduto in disgrazia finì presto nel dimenticatoio da parte degli abitanti sparsi per la regione ma, per quel suo essere così nascosto, perfino il passare del tempo finì per dimenticarsene, e gli anni si scordavano, e si scordavano delle donne che vivevano al suo interno. E così, seppure sarebbero infiniti gli eventi degni di nota che accaddero in quegli anni, ignorarono, ignorati, quel Mas recondito.
Immagino Solà che come il suo personaggio chiama a raccolta le forze del tempo e dello spazio per stringersi attorno a una famiglia, antica e contemporanea, frantumando il modo in cui la raccontiamo per costruirne uno nuovo.
Uno dei 14 ordini esecutivi firmati da Donald Trump tra il 20 e il 27 gennaio 2025 si chiama “Unleashing American Energy” (Liberare l’Energia Americana). L’obiettivo è imporre un programma di politica energetica che consolidi il dominio statunitense attraverso una combinazione di nuove azioni politiche e revoche delle precedenti.
L’ordine è il numero 14154, e presenta 10 sezioni e una ottantina di commi.
“Sapete, ho questa splendida testa piena di capelli. Quando faccio la doccia, voglio che l'acqua mi scenda bene addosso”, aveva dichiarato il futuro presidente nel 2023.
Ecco un passaggio chiave dell’ordine esecutivo numero 14154: “La policy degli Stati Uniti sarà quella di […] salvaguardare la libertà del popolo americano di scegliere tra una varietà di prodotti ed elettrodomestici, tra cui, a titolo esemplificativo, lampadine, lavastoviglie, lavatrici, stufe a gas, scaldabagni, servizi igienici e doccini”.
“Quando si entra in queste nuove case con le docce, l'acqua scende lentissima, lentissima”. Nel 2019 Trump ha inoltre affermato che “[oggi] le persone tirano lo sciacquone del bagno 10 volte, 15 volte, anziché una” a causa della bassa pressione dell'acqua.
La portata tipica di un doccino è pari a 1,5-2,5 gpm (galloni/minuto).
Al momento dell’invio di questa newsletter, nell’aria danzano 426,10 ppm (parti per milione) di CO2.






