SBAGLIATO
di Matteo De Giuli. Nessuno sta bene alle cinque e quarantaquattro del mattino.
Benvenuti, questo è il numero centonovantasei di MEDUSA, una newsletter a cura di Matteo De Giuli e Nicolò Porcelluzzi – in collaborazione con Not.
MEDUSA parla di cambiamenti climatici e culturali, di nuove scoperte e vecchie idee. Ogni due mercoledì.
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Ogni tanto usiamo MEDUSA come laboratorio di scrittura. Nel numero di oggi c’è un racconto, che in realtà è una piccola parte di una cosa più ampia a cui sto lavorando.
Leggerete di strategie e di fughe, di pizze e di smorfie, di Jacques Berl e di Charli XCX, di solitudine e dmt.
Alla festa mi ci ha portato Alix, la ragazza francese a cui ho fatto il check-in a Borgo Pio, ci siamo incontrati così. Lei è a Roma per un corso di mediazione interculturale alla LUMSA ma aveva già fatto la magistrale alla Sapienza qualche anno fa. Quando le ho lasciato le chiavi dell’appartamento non ha voluto nessun consiglio sulla città, so déjà tutto mi ha detto.
Ci siamo scambiati qualche messaggio su whatsapp, le ho dovuto aggiustare un paio di cose che non funzionavano in casa, e un pomeriggio abbiamo preso un caffè. Dopo qualche giorno mi ha chiesto di accompagnarla alla festa. Speravo che mi facesse scoprire un posto nuovo, e invece siamo finiti a una specie di evento erasmus fuori tempo massimo a casa di altre francesi, a San Lorenzo, con la musica messa da youtube, le bottiglie di birra mollate ovunque a metà e il lavandino del bagno pieno di cicche. Proprio il tipo di situazione da cui mi sono sempre tenuto alla larga. Ma per il mio stato d’animo di questo periodo, l’unica cosa che conta è uscire di casa. In fondo pensavo che lei ci stesse provando, ogni tanto succede, con le clienti. Poi però, quando eravamo in motorino, mi ha parlato tutto il tempo di questo suo vecchio flirt che voleva rivedere, Mattia o Matteo, uno di Napoli, anche lui di qualche anno più grande. Ho sperato che fosse solo una strategia.
Appena siamo entrati Alix mi ha dato un bacio sulla guancia ed è scappata a salutare le amiche. Dal salotto, un coro di urletti ha accolto le prime note di Amore disperato, allora ho imboccato la direzione opposta e sono andato a cercare qualcosa da bere. Mi sono fatto un cocktail con quello che ho trovato in cucina. Stavo già pensando di andarmene, cercavo giusto un posto comodo dove girarmi una sigaretta e progettare il messaggio di scuse da mandare il giorno dopo. E invece alla fine mi sono messo a girovagare. L’appartamento era molto grande, vecchio ma ben tenuto, e dopo un po’ di esplorazione mi sono infilato nella stanza dove mi sembrava che finissero tutti. Il letto era stracolmo di giacche e maglioni, e c’erano borse e zaini per terra. Una manciata di persone fumava o chiacchierava o scrollava vicino alla portafinestra del balcone. D’istinto, mi sono messo a calcolare le dimensioni della stanza, molto spaziosa, attorno ai trenta metri quadri – forse prima era un salotto –, e ho ipotizzato il costo dell’affitto, non meno di novecento euro al mese, spese escluse, per quel letto lì, ma forse qualcosa di più, considerando tutti gli altri spazi, così ampi e ben distribuiti. San Lorenzo rimaneva sbreccata, lercia, rumorosa, ma dall’ottavo piano sfrigolava appena, come una scheda elettrica rappezzata che si sta per arrendere al cortocircuito.
Dietro di me è entrata una ragazza mora, capelli mossi, sguardo corvino, e io ho sentito la gola che mi si chiudeva. Ho pensato che fosse Emma, ma sarebbe più onesto dire che avevo paura o che speravo che fosse lei. In questi giorni quasi tutte le donne mi ricordano Emma, quando le guardo con la coda dell’occhio. Ormai sono ridotto a una didascalia, il cartonato di uno a cui hanno spezzato il cuore. La ragazza si è avvicinata e ha mollato la giacca, io mi sono girato meglio e ho visto che era castana, riccia, occhi sciapi, insipienti. Decisamente non Emma.
Ho posato i due caschi che avevo ancora sottobraccio, e mi sono ricordato di aver lasciato nel bauletto del motorino la bottiglia di bianco che avevamo comprato per strada. Se fossi sceso a recuperarla non sarei più risalito. Ho deciso piuttosto di avventurarmi sul balcone, che in realtà era un terrazzo, grande almeno quanto la stanza da letto (allora forse mille, mille e cento al mese). Si vedevano i pini del Parco dei Caduti. Era lì che ci eravamo visti con Emma la seconda volta che uscivamo. C’eravamo baciati su una panchina, come due adolescenti, c’eravamo fatti scudo con le giacche, e io mi ero infilato sotto il suo maglione, le avevo preso in mano una tetta, lei mi aveva slacciato i pantaloni e mi aveva stretto il cazzo. Poi ci eravamo bloccati perché passava gente. Ricordo che siamo rimasti immobili per qualche minuto con questi nuovi pezzi di carne in mano. Nascono le dittature, si fa la guerra, si contano i morti, le bombe cadono su donne e bambini, poi passa il tempo e ci siamo noi due che ci tocchiamo mezzi nudi sotto i cappotti accanto alle lapidi.
Sul terrazzo sono stato braccato da un ragazzo francese, Louis, sulla trentina, si è presentato come il fidanzato di una delle inquiline. Che fossi indigeno ho immaginato che l’avesse dedotto da quanto ero vestito male rispetto alla media. Quando poi ha scoperto che ero io, cioè la società per cui lavoro, ad aver affittato la casa ad Alix, si è lanciato in un monologo su Roma, sull’aria dolce che si respira qui in autunno e in primavera, sulla schiettezza dei commercianti e la bellezza di certi quartieri anche fuori dal centro. Il suo italiano era immacolato. Dopo avermi elencato i ristoranti dove aveva mangiato meglio, ha cercato di conquistarmi dicendo che la pizza romana, bassa e croccante, era “molto più buona di quella napoletana”. Solo alla fine, sfoggiando comunque una smorfietta dolente, mi ha confessato di trovare il traffico di Roma a volte proprio “soverchiante”. Ha lasciato che questa parola, a cui evidentemente teneva molto, sublimasse nell’aria tra di noi. Ha teso i muscoli come un prestigiatore che aspetta l’applauso alla fine di un numero. Io non avevo intenzione di fargli i complimenti, ma non sapevo come altro cambiare discorso, e dopo qualche secondo di silenzio la situazione era diventata imbarazzante anche per me. Per fortuna un suo amico, già parecchio agitato, si è affacciato dalla portafinestra per richiamarlo in bagno a pippare.
Da bambino mi stracciavo le vesti per convincere i miei a farmi passare i pomeriggi a casa di qualche amico. Poi una volta che ero lì, in queste camerette estranee, venivo risucchiato subito dalla malinconia. Facevo le lagne finché qualcuno non mi riportava a casa. Le cose non sono mai cambiate. Ho svuotato il bicchiere, sono andato a riempirlo di nuovo. Avevo perso di vista Alix, nessuno mi conosceva. Sarei potuto scappare senza problemi. E l’idea della fuga mi alleggeriva, e la leggerezza mi faceva sembrare più tollerabile, tutto sommato, l’ipotesi di rimanere. Sul terrazzo, per un misterioso giro del vento, ho sentito il profumo di Alix che si alzava dalla spalla sinistra del mio maglione, dove durante il viaggio lei si era appoggiata per parlarmi. Ho controllato il telefono e c’era un suo messaggio: “dario dove sei vieni a ballare?”. Ho risposto con tre cuoricini, pentendomene all’istante, e ho iniziato a sentire un leggero dolore allo stomaco. Era il desiderio, la paura, ma poteva benissimo essere la pizza bassa e croccante, molto più buona di quella napoletana, che avevo mangiato a cena e che si stava ormai tragicamente mescolando al gin del discount. Ho svuotato anche questo bicchiere e sono andato a riempirmene un altro. Mi è tornato in mente Jacques Brel, quell’intervista in cui confessa di aver vomitato per l’ansia prima di ogni concerto, e il giorno che gli era toccato di fare tre concerti aveva vomitato tutte e tre le volte. Ho caricato il bicchiere con una doppia dose di gin, oltre ai fondi di un paio di vermouth, e ho battezzato quel cocktail negroni sbagliatissimo.
Da lì in poi i ricordi diventano gelatinosi. Tutti fumano, anche dentro casa, e sul pavimento del salotto c’è una patina viscosa, le suole delle scarpe si incollano un poco, la gente balla e continua a rovesciare liquidi a terra. Non trovo Alix. Ondeggio per un po’ sotto le luci colorate di un proiettore laser, ma al terzo pezzo elettro-pop che non conosco, torno in terrazzo. Supero un gruppetto di ragazzi portoghesi ubriachi. Mi metto a parlare con una tipa peruviana gentilissima, che vive e lavora nei dintorni dei musei vaticani. Si stupisce della mia conoscenza degli isolati attorno a San Pietro, non le è mai capitato di incontrare un romano che frequenti il quartiere, e quando le spiego che in effetti è solo per lavoro che conosco la zona, ci rimane un po’ male.
Rispunta Louis, mi fa un cenno dalla parte opposta del terrazzo. Supero di nuovo il gruppetto di portoghesi. Mi vuole dire qualcosa all’orecchio, ma il suo italiano è deteriorato di colpo. Sorrido senza capirlo. Alix non ricompare. Mi sale un rutto che somiglia un po’ troppo a un conato di vomito. Controllo il telefono e vedo i miei tre cuoricini ancora senza risposta, scortati da un’unica malinconica spunta. Ma almeno non sto pensando a Emma. Non penso per esempio al modo buffo in cui Emma fischietta soffiando un po’ quando è su di giri. Butto giù un altro sorso e mi metto a chiacchierare con un tipo di Utrecht, avrà la mia età, parla un buon italiano, porta una camicia lunga con delle ondine viola e blu su cui galleggiano dei fiori arancio. È a Roma con un assegno di ricerca per studiare la crisi della democrazia e l’ascesa delle nuove destre in Europa. Dopo un po’ di convenevoli mi domanda, prendendomi alla sprovvista, se conosco un certo parcheggio a Settecamini, un posto attrezzato, per scambisti, dove si può affittare una piazzola a ore. Gliene hanno detto un gran bene. Un pensiero assurdo mi attraversa: e se Emma fosse lì con qualcuno? Vengo salvato da una ragazza francese che mi bussa sulla spalla per chiedermi da accendere. Ci guardiamo e ci capiamo subito, non tanto perché siamo attratti l’uno dall’altra ma perché sembriamo entrambi intimoriti dall’atmosfera frenetica che ha preso la serata. La guardo e penso che ha le stesse fossette dolci di Emma. Penso anche: se Emma sapesse che i miei pensieri sono così patetici, si incazzerebbe a morte con me. La francese mi racconta di voler fare la designer, ingraniamo bene a parlare di arte e intelligenza artificiale, ma ci dobbiamo interrompere quando le squilla il telefono e si mette a litigare, in inglese, appoggiata alla balaustra. Con Pierre sparliamo di Charli XCX. Anja mi racconta che non dorme da un anno perché ha paura di morire quando chiude gli occhi. Sanne ce l’ha con airbnb, a lei non dico che lavoro faccio. Clarice mi chiede quale serie ho visto ultimamente. Con Ana e Oscar torniamo sulle pizze, e per loro la napoletana alta è la migliore.
È come se qualcuno mi avesse costretto a presentare l’Eurovision, e le canzoni mi fanno tutte cacare. Il ragazzo di Utrecht torna all’assalto, mi prende sottobraccio e inizia a raccontarmi della sua ex, di come lei avesse un debole per i greci, e del fatto che adesso a lui viene un colpo quando incontra un ragazzo con quell’accento. Ho paura che questo discorso finisca per risucchiarmi in un buco nero, e invece bevo un altro po’ e appuro con un certo sollievo che nessuna delle ragazze del terrazzo assomiglia più a Emma.
Louis è un po’ meno rigido, ora mi viene incontro per assicurarmi che Alix mi sta cercando. Ma gli lascio troppo spago e prende il coraggio per abbandonarsi a uno slancio poetico, alza la mano al cielo e dice: “Alix, erano i capei d’oro a l’aura sparsi…”. Di nuovo aspetta invano un mio complimento. Puzza di ammoniaca. Faccio un nuovo giro ma Alix non la trovo. Provo a esplorare le altre stanze. Al chiuso mi sento un ladro, solo sul terrazzo riesco a respirare un po’. Prima vado a versarmi un bicchiere. In cucina, due tipi allegri, poco sopra la quarantina, i primi italiani con cui parlo, mi raccontano di quando si sono fumati la dmt. Dicono di aver capito che la realtà non esiste, e che viviamo in una simulazione. Sono riusciti proprio a sbirciare il codice, i numerini che scorrono come quelli di matrix. Però erano rossi. Mi sento sprofondare di felicità per questa inaspettata rivelazione. Mi riprometto di tornare da sobrio sulla vicenda. Ci mettiamo a ridere, e insisto perché provino il negroni che ho inventato, anche se a quel punto gli ingredienti non sono più quelli della ricetta originale. Ci scambiamo i numeri, poi dico a entrambi, con solennità, che devo andare a pisciare. In fila per il bagno una ragazza coi capelli blu fa un mezzo mulinello con la mano e alza il mento, lo stesso gesto che fa Emma per dire “pazienza”, “fatti tuoi”, oppure, meglio, “arrangiati”. E io, innegabilmente, sto cercando di arrangiarmi.
Solo quando poi sono uscito dal bagno, finalmente ho rivisto Alix. Era in corridoio che parlava con qualcuno e dal modo in cui si accarezzava il collo ho capito che era brilla anche lei. Senza troppi convenevoli le ho preso la mano. Lei mi ha abbracciato e abbiamo iniziato a galleggiare, siamo scivolati sul pavimento unto slittando giù fino al salotto. Lei ha scelto una canzone e abbiamo ballato su quella. Mi sentivo un marinaio, felice come un marinaio, il corpo di Alix era blu e argento, la mia mente era un fiume. Continuavamo a girare, ci cadevamo addosso. Lei mi cercava con i fianchi. Ho visto la nostra immagine allo specchio, la caricatura liquefatta di noi due, e nel riflesso Alix sembrava ancora più bella, le linee sottili e mosse, il sorriso aperto, i capei d’oro. Con una piroetta mi ha dato le spalle, e allora l’ho abbracciata da dietro. Era così che abbracciavo Emma. Alix era più alta. Le cose non tornavano. Mi sono bloccato. Non so cos’altro è successo. Dopo un po’ sono uscito di nuovo fuori.
Frugando nelle tasche ho trovato un ansiolitico e l’ho buttato giù con un sorso di birra calda. La festa si stava svuotando, in terrazzo ho conquistato un angolo. Mi sono affacciato. Un falchetto mi è passato sopra la testa con un volo basso e veloce. Seguiva senza assilli il suo compito segreto. È l’ultima cosa che mi ricordo. Mi sono svegliato la mattina dopo, nel mio letto, vestito. Un messaggio di Alix, inviato alle cinque e cinquantaquattro, mi diceva “vafanxcculo”.
Sebbene sia difficile trovare numeri affidabili, secondo le stime ci sono tra i 25.000 e i 35.000 annunci attivi per affitti brevi a Roma.
Non esiste un censimento neanche del numero di falchi pellegrini in città, ma diverse fonti, negli ultimi anni, riportano l’esistenza di 10-15 coppie in ambito urbano.
Al momento dell’invio di questa newsletter, nell’aria danzano 425,61 ppm (parti per milione) di CO2.




Bello
Bellissimo