COLLASSO
di Matteo De Giuli. Come è cambiata la fine del mondo.
Benvenuti, questo è il numero duecento di MEDUSA, una newsletter a cura di Matteo De Giuli e Nicolò Porcelluzzi – in collaborazione con Not.
MEDUSA parla di cambiamenti climatici e culturali, di nuove scoperte e vecchie idee. Ogni due mercoledì.
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In questo numero leggerete di riflusso e di catastrofi, di interessi e di paranoie, di valore e di morali, di nuovi limiti e vecchie regole.
Quello che state leggendo è il numero 200 di MEDUSA. Questo significa che siamo entrati nel nono anno di vita. Qualche giorno fa ho riletto il numero 0 dell’autunno 2017 dove, con una dose invidiabile di spregiudicatezza, dichiaravamo di voler “ripensare la nostra idea di natura e cultura” aprendo questa newsletter. Qualche tempo più tardi avremmo scritto un saggio narrativo in cui cercavamo di raccontare “l’impronta dell’essere umano sulla Terra” e “i cambiamenti climatici e culturali” attraversati dalle società contemporanee.
La newsletter è andata avanti, ci siamo persi e ritrovati molte volte, dentro MEDUSA. Abbiamo cambiato approccio e formati, ma abbiamo continuato ad allenare il nostro sguardo ibrido al confine tra visibile e invisibile. Ci è capitato sempre meno frequentemente di parlare in maniera diretta di crisi climatica. Molto più spesso è successo che scrivessimo di letteratura, internet, potere e altre astrazioni. È stata una scelta puramente editoriale: una volta pubblicato il libro sentivamo di aver detto lì l’essenziale sul tema, per i tempi che correvano, e avevamo voglia di continuare a esplorare i dintorni.
Ma non possiamo fingere che questo slittamento non sia coinciso – anche se per noi è stato un po’ un caso – con il riflesso reazionario che, negli ultimi tempi, ha depotenziato la lotta ecologista. Mentre ancora stavamo lavorando al libro, nel 2019, abbiamo assistito alla più grande protesta ambientalista di sempre, quella che ha condotto decine di milioni di persone – soprattutto giovani – per strada, a manifestare contro l’inerzia del business as usual che stava riducendo il nostro pianeta allo stremo. Da lì sono nate nuove energie e altri movimenti che hanno portato una restaurata consapevolezza politica e che sono riusciti a ridisegnare il campo della lotta.
Poi la pandemia ha falcidiato la piazza, le cose dopo la riapertura non sono più tornate come prima, e i movimenti hanno perso l’impeto furioso che avevano conquistato nei loro primi mesi. Crediamo che tutto questo sia successo anche per una questione basilare di dinamiche umane, sistole e diastole degli interessi e delle preoccupazioni delle persone. Il riflusso fisiologico nel privato. Ma molti di quegli stessi attivisti climatici sono anche stati assorbiti su altri fronti, Gaza su tutti. O si sono dovuti occupare della propria sopravvivenza, visto che sono stati spesso criminalizzati, vessati e combattuti dai governi occidentali.
Nel frattempo la distruzione ecologica non è rallentata e la fine del mondo oggi è più vicina, grazie anche all’ascesa definitiva, negli Stati Uniti, di un nuovo fascismo elitario etno e tecno-cratico, uber-capitalista, che sta accelerando il collasso del pianeta e trasformando definitivamente la Casa Bianca in un clan dissennato e autoritario, fedele al culto della morte.
Non c’è bisogno di ripetere qui cosa è successo nelle ultime settimane (Venezuela, ICE…) e negli ultimi anni (Gaza, West Bank, Libano…). Il diritto internazionale in questo momento non esiste. E davanti a una catastrofe storica e culturale di queste dimensioni, non è ozioso porsi da capo alcune domande apparentemente banali. Per esempio: qual è il nucleo su cui è stato costruito l’ordine mondiale, nel secondo dopoguerra? “L’intero ordinamento giuridico, politico e simbolico dell’Occidente postbellico si è fondato sulla memoria della shoah come male assoluto, come inabissamento della civiltà occidentale e suo nuovo inizio. Tutto si è fondato su quel mai più”, scrive non a torto Scurati su Repubblica. Oggi quel mai più si è invece ripetuto a Gaza (“anche se con modalità e proporzioni diverse”) con straordinaria efferatezza e con l’aiuto economico e militare di chi aveva giurato di difendere il pianeta dal ritorno dell’orrore totale. È la fine dei diritti e della ragione umanitaria, conclude l’articolo. Ma è davvero quel mai più il nucleo su cui è stato edificato l’ordine del mondo? O forse oggi si può riconoscere che l’evento costitutivo della contemporaneità è stato piuttosto il lancio delle due bombe atomiche statunitensi, un atto di violenza totale, performativa, ostentata che ridusse a ombre duecentomila civili in pochi secondi?
Ci sono domande più semplici: quello che è successo in Venezuela è qualcosa di inedito? Nel 2003, con l’invasione dell’Iraq, gli Stati Uniti giustificarono il proprio intervento militare sulla base di prove poi rivelatesi infondate, e anzi architettate a tavolino (le presunte armi di distruzione di massa). Violarono lo statuto delle Nazioni Unite e si condannarono per di più a una guerra lunga e devastante, che causò centinaia di migliaia di vittime civili. Secondo alcune stime si va oltre il milione. È solo un esempio che ha tanti altri nomi: Vietnam, Panama, Afghanistan, Cile… Che differenza c’è allora tra questi casi e la legge del più forte oggi propagandata da Stephen Miller, consigliere principale del presidente?
Senza limiti, senza regole
Eppure qualcosa sembra essere irrimediabilmente cambiato. Torniamo alle questioni ambientali. Trump ha ritirato gli Stati Uniti dalla UNFCCC, la Convenzione ONU sul cambiamento climatico, e dall’IPCC, il gruppo di scienziati mondiali che aveva il compito di raccogliere lo stato dell’arte della scienza del clima. Difficile pensare che non sia questa la morte della diplomazia ambientale. Ma come stavano andando le cose in questi anni? Nel loro recente Overshoot: How the World Surrendered to Climate Breakdown (2024) Andreas Malm e Wim Carton analizzano criticamente l’evoluzione delle politiche climatiche globali. Malm è uno dei saggisti che abbiamo citato più spesso su MEDUSA: professore associato di Ecologia umana all’Università di Lund, è partito nei suoi studi da un impianto marxista e ha progressivamente spostato il suo lavoro dalla critica teorica alla proposta esplicitamente militante, intrecciando analisi ecologica e chiamata all’azione (il suo libro di maggior successo è Come far saltare un oleodotto). Carton è un ricercatore, si occupa di sostenibilità, è un geografo con una formazione in sviluppo, relazioni internazionali e storia. Insieme sostengono che il superamento sistematico delle soglie di sicurezza climatica (l’overshoot, appunto) fosse ormai diventato l’asse portante, più o meno esplicito, della governance climatica contemporanea, reso tollerabile dall’idea che il danno si potesse poi compensare in seguito grazie a tecnologie di rimozione della CO2. Infrangere i buoni propositi oggi per riparare, eventualmente, più avanti, senza preoccuparsi troppo dei danni irreparabili (deforestazione dell’Amazzonia, scioglimento dei ghiacci marini, ecc).
Malm e Carton ricostruiscono mezzo secolo di negoziati e modelli scientifici mostrando come il superamento dei limiti di 1,5 °C e 2 °C di riscaldamento medio rispetto all’epoca pre-industriale, inizialmente concepiti come confini invalicabili per evitare gli effetti più devastanti della crisi climatica, sia stato progressivamente normalizzato. Il punto di svolta viene individuato nel passaggio dal Protocollo di Kyoto all’Accordo di Parigi. Se Kyoto (1997), pur con risultati limitati, prevedeva obblighi vincolanti e lasciava spazio alle rivendicazioni di giustizia climatica del Sud globale, Parigi (2015) ha consacrato un sistema di impegni volontari, affiancando obiettivi ambiziosi a una sostanziale assenza di meccanismi coercitivi. In questo contesto, nella maggior parte degli scenari climatici si è accettato implicitamente il superamento delle soglie di sicurezza, rinviando la soluzione a tecnologie future in gran parte inesistenti, o embrionali, o inaffidabili, o di cui continuiamo a non conoscere le conseguenze su tempi lunghi. L’idea che le emissioni presenti potessero essere “annullate” da rimozioni future ha creato una falsa equivalenza temporale e ha indebolito l’urgenza di cambiamenti immediati. Il risultato è stato una spirale di rinvii che ha condotto il mondo oltre il limite di 1,5 °C già prima delle isterie di Trump.
Scrivono poi Malm e Carton: in un contesto capitalista, dove l’unico faro è il profitto, le energie rinnovabili non hanno mai davvero avuto speranza di farcela. I combustibili fossili sono, in modo abbastanza letterale, dei barili: possono essere contati, messi da parte, accumulati. L’energia rinnovabile se adeguatamente sviluppata diventa invece una fonte più orizzontale, “democratica”, disponibile come flusso. È questo è un problema per il capitale, perché una volta installate le infrastrutture, la produzione avviene in larga parte in modo passivo e offre poco spazio a un aumento della redditività. Anche le rinnovabili più efficienti ed economiche che potremo costruire non garantirebbero profitti paragonabili a quelli dei combustibili fossili. Non permetterebbero vantaggi competitivi né profitti elevati nelle fasi di forte volatilità dei prezzi. L’estrazione di petrolio e gas invece è un’economia che risponde a equazioni note, che produce merci tangibili, facili da immagazzinare, trasportare, vendere e manipolare. Anche per questo la decarbonizzazione non avrebbe potuto essere realizzata dalla mano invisibile del mercato, scrivono. La transizione totale avrebbe richiesto, oltre a nuovi investimenti tecnologici, un forte intervento politico, su tutti i livelli: proteste, boicottaggi, e di lì coercizioni, sanzioni, divieti, nuove pianificazioni, la fine dei sussidi ai combustibili fossili. Parlo al passato perché a scriverne ora sembra di star rievocando le fantasie di un altro mondo, ormai svanito. Ma le analisi di Malm e Carton ci aiutano a ricordare che la catastrofe che vivremo non sarà colpa delle bizze di un sovrano impazzito: il regime di Trump e dei suoi tech bros è il baratro finale di un piano inclinato su cui stiamo rotolando da tempo. L’abisso ci ha sempre aspettato lì in fondo.
Perché allora sembra di esserci, come dicevamo, qualcosa di qualitativamente diverso nel nuovo assetto politico? Tutto sommato, che si parli di clima o di diritto internazionale, gli Stati Uniti hanno sempre violato le norme dell’ordine mondiale che avevano contribuito a creare: non solo alimentando un sistema economico spietato e nocivo per il pianeta, ma anche intervenendo militarmente contro Paesi sovrani, sostenendo dittature, intromettendosi nei processi politici altrui e piegando le norme internazionali ai propri interessi. Tuttavia, fanno notare molti commentatori in questi giorni, il sistema ha retto perché gli USA, pur violandole, hanno continuato formalmente a riconoscere alcune di queste regole come legittime, accettando talvolta di sottoporvisi e usando la propria forza per farle rispettare agli altri. Ora che è caduta l’ipocrisia che teneva in piedi l’ordine mondiale, si è perso però anche il riconoscimento che ci fosse un limite condiviso dell’agire globale, per quanto spesso valicato, e si è persa quindi anche la possibilità di contestare gli abusi, o di rifarsi a un qualsivoglia orizzonte comune di legittimità. Insomma: le regole non valevano per tutti, ma ora non ci sono più regole.
Sul breve periodo non potranno che esserci ripercussioni drammatiche; sul lungo periodo, tra le macerie, speriamo di poter trovare ancora un mondo da ripensare completamente.
Intermezzo
In questo spaesamento si può cedere alla tentazione di fare il tifo per la Cina. In fondo, tra gli imperi in conflitto, è l’unico oggi materialmente capace di imporre misure coercitive che potrebbero accelerare la transizione ecologica, e mitigare gli scenari più drammatici della crisi climatica. Sembra anche l’unico potenzialmente interessato a farlo (sebbene se le sue emissioni, negli ultimi anni, stiano aumentando). Ed è l’unico che ancora si propaganda come una forza di pace e di progresso, o che quantomeno non gonfia l’ingordigia dei propri oligarchi come bicipiti davanti allo specchio.
Proprio mentre assemblo gli appunti di questa MEDUSA, leggo un articolo di Francesco Strazzari, docente di Relazioni internazionali alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, pubblicato sul manifesto. “Riconoscere l’emergere di un mondo multipolare non significa giustificare ogni regime autoritario, purché si presenti come anti occidentale (...) Interrogare le strutture del potere globale – si tratti della Cina o degli Usa – vuol dire rifiutare narrazioni semplificate o geopolitiche binarie. Così come la fascinazione per i regimi autoritari”.
Una nuova fine
La settimana scorsa mi è capitato di guardare un’intervista a Gail Bradbrook, biofisica molecolare e co-fondatrice di Extinction Rebellion.
DOMANDA: Pensa che Extinction Rebellion raggiungerà i suoi obiettivi?
RISPOSTA: No.
DOMANDA: Perché?
RISPOSTA: Perché è troppo tardi. E perché è tempo che i movimenti di disobbedienza civile vadano avanti, secondo me, e si preparino al collasso.
Le stesse cose le ripete ultimamente in articoli e interventi. Il senso è: il mondo che conosciamo è ormai in rovina, il neofascismo che impera porterà altro caos, e noi adesso dobbiamo organizzarci, dal basso, in comunità capaci di prendersi cura di loro stesse, dobbiamo resistere e ricostruire insieme, per esempio con assemblee locali, con decisioni collettive che minimizzino il danno, comunità per comunità. La pensa così anche David Suzuki, storico ambientalista canadese che compirà tra poco novant’anni, uno che non ha mai davvero messo in discussione il capitalismo e lo ha criticato solo nelle sue forme “estreme” neoliberiste.
Oggi senza giri di parole dice che l’umanità ha perso la battaglia contro il cambiamento climatico. Non nel senso che bisogna arrendersi, non fare più nulla, ma che la mitigazione e la politica climatica come le abbiamo conosciute hanno fallito. E che dobbiamo prepararci al peggio, soprattutto a livello, di nuovo, di comunità locali. Dice: il riscaldamento globale non è più “una sfida da vincere”, ma una catastrofe già in corso; le istituzioni politiche ed economiche non sono in grado di rispondere alla velocità e alla scala necessarie; la politica mondiale è ormai scollegata dalla realtà fisica del pianeta; Trump e la sua corte di tecno-oligarghi sono il prodotto naturale del capitalismo sfrenato, e non un’anomalia; dei famosi 9 limiti planetari individuati da Johan Rockström ne abbiamo già superati 8; non riusciremo a fermare l’aumento delle emissioni; siamo diretti verso una temperatura media di +3°C (rispetto a quella dell’età pre-industriale) o forse maggiore; politica, economia e diritto sono sistemi costruiti intorno a impulsi umani, che ignorano gli equilibri alla base della vita (aria, acqua, suolo, biodiversità); bisogna smettere di credere che i governi riusciranno a salvarci e prepararci localmente a disastri sempre più frequenti e gravi; bisogna imparare infine da nazioni come la Finlandia, che chiedono ai cittadini di: mappare vulnerabilità del quartiere, sapere chi ha bisogno di aiuto, condividere le risorse, prepararsi a blackout, alluvioni, incendi, siccità. Abbiamo ignorato la scienza troppo a lungo. La brutalità del sistema economico ha vinto. Dobbiamo prepararci a vivere in un mondo molto più difficile.
Bradbrook e Suzuki vengono da percorsi e storie politiche diverse. Oggi sembrano, forse sorprendentemente, dire cose molto simili. Qualche dubbio però rimane. Se la diagnosi è accurata, la ricetta per affrontarla sembra ancora inefficace. Il mutualismo locale che professano entrambi (organizzarsi, prendersi cura, resistere) è una misura necessaria, senza dubbio. Ma come potrebbe bastare? Se la minaccia, e la rovina, saranno globali, come si può non pensare a una resistenza globale? Parlare solo di adattamento, o di resilienza, implica poi un’accettazione, la resa a una realtà che continuerà a franare in maniera indefinita. L’unico orizzonte che aspetta il pianeta diventa così un’eterna apocalisse, e l’unica cosa che rimane da fare, a noi giusti di spirito, diventa chiuderci in bossoli di sopravvivenza, mentre fuori infiamma per sempre la fine del mondo.
Senza contare che, se la battaglia si sposta sul campo del survivalismo, e cioè del mettersi in salvo da soli o in piccole comunità, abbiamo già perso. Perché ci sono già oggi gruppi più spietati, potenti e preparati di noi, pronti a sottrarci cibo e risorse. Qualche anno fa, nel suo Solo i più ricchi, Douglas Rushkoff raccontava di aver attirato l’interesse di alcuni miliardari della Silicon Valley grazie alla sua reputazione di teorico dei media e conoscitore delle dinamiche della società. Le domande che gli rivolgevano non riguardavano il bene comune, ma le modalità con cui loro, i super-ricchi, avrebbero potuto proteggersi da un collasso che davano per scontato già da tempo. Alcune delle idee che misero sul tavolo: l’uso di serrature con combinazioni speciali per proteggere le scorte di cibo. L’ideazione di collari elettrici disciplinari con cui controllare le proprie guardie. La costruzione di robot da impiegare per sicurezza militare e altri servizi. Gli scenari a cui erano più interessati, e quindi quelli che ritenevano più probabili: nuove pandemie, caos climatico, guerre civili, blackout tecnologici.
Quando è uscito il libro (2022) potevano ancora sembrare i deliri paranoidi di una manciata di miliardari viziati. Oggi però al comando di una parte consistente del pianeta c’è proprio chi è convinto che il futuro sia una lotta per la sopravvivenza, e che chiunque si impossessi delle risorse abbia il diritto e il dovere di mettersi in salvo lasciando gli altri indietro. Il risultato è la saldatura finale tra potere politico e grande capitale che legittima un modello di società fondato sull’accaparramento, sulla violenza, sull’esclusione e sull’abbandono.
Nel dicembre del 2025 il governo Milei ha liberalizzato l’acquisto di terreni argentini da parte di capitali stranieri, compresi i territori colpiti da incendi.
Dai primi giorni di gennaio del 2026 la Patagonia è in fiamme. Secondo il governatore della provincia di Chubut, Ignacio Torres, gli incendi sono di origine dolosa. Vicino al lago Epuyén stati trovati acceleranti e granate di tipo militare.
I finanziamenti al Servizio nazionale di gestione degli incendi sono calati del 70% rispetto al 2023, secondo il Cepa (Centro per l’economia politica argentina).
Al momento dell’invio di questa newsletter, nell’aria danzano 428,14 ppm (parti per milione) di CO2.




Newsletter perfetta da leggere in pausa dal lavoro, devo dire ಥ‿ಥ
Cazzo, allora non c'è scampo